INCHIUVATU – l’intervista

INCHIUVATU – l’intervista

Logo INCHIUVATU

Affondano le loro radici nella solare e bellissima regione Sicilia, ma da sempre propongono una visione tetra, oscura, cupa e macabra della loro terra. I loro testi doverosamente cantati in siculo e la loro originale espressione musicale li hanno contraddistinti all’interno di un panorama vasto e brulicante quale quello del black metal. Signore e signori, la parola al leader degli Inchiuvatu Agghiastru…

- Da dove l’idea e l’esigenza di mettere in piedi un progetto musicale come Inchiuvatu?

Erano i primi anni 90 ed eravamo poco più che quindicenni. Eravamo attratti dal fascino dell’oscurità e dall’aria rivoluzionaria che portava con sé il metal estremo. Inizialmente cominciai a chiamare i miei progetti in italiano ispirato dal prog/rock italico degli anni 70: Perfidia, Eden e poi Tenebra, non avevo ancora maturato l’idea di cantare in dialetto siciliano, poi però mi accorsi che la mia isola ha con sé parecchie fascinazioni contrastanti e stimolanti. Luce accecante e accecante oscurità nel medesimo istante mi si paravano davanti, come ignorarle? Il nome Inchiuvatu rispecchiava il fatalismo siculo, l’incapacità dell’uomo inchiodato ai misteri dell’esistenza. Solo successivamente presi spunto dalle vicende bibliche, ma la Sicilia è la Magna Grecia, è una gloriosa parte della Storia dell’umanità. Bastava scavare proprio sotto casa e il Mediterraneo affiorava. La lava dell’Etna pulsava, tutti gli elementi naturali sembravano ribollire attorno casa e suggerire musica, temi e fantasie. Nacque così il mondo di Inchiuvatu. Dal salotto del Gattopardo al giardino del Getsemani, infestato di fate, spiriti e drammi esistenziali. Oggi quei giardini sono tramutati i un totale deserto arso, ovviamente siculo. La musica va da sé. Il piano, che è il mio primo strumento e poi tutto il folclore isolano, e poi ancora tutti i canoni black e death metal. Mi è sembrata la cosa più naturale possibile da fare a quei tempi. E poi, rispetto al black metal scandinavo, mi capitava di rado di vedere neve sui nostri monti e cornuti vichinghi, o di qualsiasi altro genere.

- La tua terra ha contraddistinto il sound e le liriche, non credi che d’altro canto la scelta di cantare in siculo abbia limitato il raggio d’ascolto della band?

Non mi sono mai posto il problema e francamente non me ne può fregar di meno. Tu dici: ‘se avessi cantato in inglese magari saremmo più famosi, anche a livello internazionale’. Può darsi, ma poiché la nostra musica prevalentemente è abbastanza misantropica, cosa vuoi che ci interessi di comunicare col mondo lì fuori e metterci in vetrina? Non so, posso risponderti che trovo assurda questa osservazione. Come faccio a preoccuparmi di cosa comprendono gli altri quando non facciamo altro che cantare della nostra non volontà di appartenere al mondo dei più? Noi volevamo, e lo vogliamo ancora oggi, un raggio limitatissimo d’ascolto. Il black metal che sculetta come una fottuta rock star non c’interessa.  Il bello del black metal era la propria aurea misantropica, la scelta del dialetto rispondeva alle mie urgenze proprio perché molti non avrebbero compreso. La nostra arte è stata, e sempre sarà, qualcosa di personale e non condivisibile col mondo esterno. Lo stesso fatto di rilasciare interviste o fare qualche live show, mi fa piovere addosso parecchie critiche da parte dei miei soci. Mi imputano di essere un po’ egocentrico e “rock-star”, hanno ragione, ma io a differenza di loro amo anche il teatro e mettermi in gioco coi i diversi aspetti della rappresentazione teatrale-musicale. Anzi, ho sempre visto la musica come una componente marginale rispetto all’azione del corpo. I miei maestri sono stati Freddie Mercury, Picasso, Marcel Duchamp, Jodorowsky, Franco Franchi, ancora prima di Deicide e Immortal, non so se mi spiego…

- Le tematiche trattate nei vari album sono un viaggio introspettivo nella natura umana, puoi parlarci meglio di cosa governa le liriche e porta alla nascita di un tuo album?

Ormai sono un quasi quarantenne e mi frega ben poco della ‘natura umana’, di viaggi introspettivi e ammonimenti vari. Per quel poco che ho conosciuto essa mi pare bestiale e priva d’interesse e speranza. Massa, gregge, chiamala come ti pare. La natura umana è corruttibile, dunque scontata, banale. L’Italia è un paese corrotto fino al midollo privo d’interesse. Dobbiamo accettarlo con rassegnazione, specie nel nostro paese si è concentrato un tale desiderio di delinquenza che sarà difficile distruggere per generazioni e generazioni. Mi chiedo cosa mi porti oggi a scrivere per un nuovo album di Inchiuvatu e mi rispondo tante cose e anche niente. La verità è che non ho voglia di fare musica bellina fine a se stessa. Non m’interessa più l’intrattenimento per distrazione o evasione. A volte penso che sarebbe bene abbandonare la parte lirica. Poi magari finisco col parlare di quant’è meravigliosa la vita e di quant’è orribile l’uomo che rende la società bestiale. Non so, sono parecchio confuso e senza governo, magari più avanti ti parlerò di uno specifico tema affrontato in un nuovo lavoro. Ti dirò allora perché ho sentito l’esigenza di dargli vita. Oppure ti dirò che non faccio più nulla perché a nulla serve fare qualcosa.

- Il genere proposto è sicuramente tra i più estremi, non credi sia aprioristico parlare oggi di black metal, facepainting, nichilismo e misantropia in questo genere?

Credo che il black metal estremo aveva un’urgenza sincera all’inizio. Quando si andava per boschi penso davvero che i più cercassero una nuova dimensione vitale e ispiratrice di concetti naturalistici. Ma non li conosceva nessuno. Erano liberi e puri. Sinceri e potenti nell’esaltare anche il fascino dell’imperfezione. Era bello scopare d’istinto perché non c’era una telecamera puntata addosso. Acceso un faro sul genere sono (siamo) tutti diventati un po’ dei porno-divi. Il punto è che per alzare la quota della musica, si fa largo uso di viagra.

- Oltre al feroce sound di Inchiuvatu, proponi anche un progetto particolare come Agghiastru. Come riescono a coesistere due realtà  musicali talmente agli antipodi nella medesima persona?

In realtà non credo siano così distanti. Il punto di partenza è sempre lo stesso. C’è questa urgenza di creare, giusto per giustificare l’alzarsi dal letto al pomeriggio. Ascolto tanta musica e tanti generi musicali. Finisci con l’essere affascinato da artisti eccezionali, che seppur nella loro diversità, hanno avuto la potenza di rendere le loro stesse vite delle opere d’arte. Allora tu cerchi di imitarli, di coglierne gli stimoli. Picasso è un esempio meraviglioso, non gli diresti mai perché smise col cubismo per dedicarsi alla ceramica. L’artista nasce libero, se poi ha questa stupida pretesa di comunicare agli altri allora comincia a stare attento a quello che produce. Io, come ti accennavo prima, non ho mai considerato il pubblico come fruitore di ciò che passa per la mia mente, quindi  debbo solo render conto a me stesso e indossare il vestito più consono a come, scendendo dal letto, decido d’affrontare la giornata. Anche quando mi capita d’andare a prendere il caffè in pigiama sono sempre me stesso, nessuno ci fa caso ormai, se io ne sono profondamente consapevole.

- Le tematiche affrontate nei testi non disdegnano anche un approccio politico sociale, ci puoi parlare della tua idea politica e di quella trattata nei testi?

La questione politica in Inchiuvatu a me appare chiarissima ma credo che i più non se ne siano minimamente accorti. La scelta di metter su un progetto come Inchiuvatu è già di per sé un fatto politico. Ti dice che se vuoi esprimere la tua vita fallo, ma in modo originale, seguendo il tuo istinto e non le correnti, la massa, le convenzioni. Sicilia, primi anni 90, dei quindicenni. Scegliamo di fare musica estrema, di farla ‘siciliana’, riuscendo in qualche modo ad imporci a tutto il resto. Noi siamo l’esempio che non importa da dove vieni, cosa fai e in che modo lo registri su  di una musicassetta, ci vogliono le IDEE. Noi, al di là di tutto, siamo le idee (musicali). Noi siamo stata l’anarchia rispetto ad un modello prestabilito di metal estremo che già a quei tempi cominciava a perdere la propria autorevolezza, la propria anarchia, la sua contestazione originaria. Mi capita di rado d’ascoltare band metal, ma ne ho viste che partecipano a cose tipo il ‘sanremo’ norvegese, con tanto di orchestra e direttore…. No, vi prego, lasciateci nel nostro fetido underground. Avremo anche fallito politicamente, non siamo famosi, ma grazie al cielo, ancora, quando ho voglia, registro qualcosa di politicamente scorretto che mi da’ soddisfazione senza alcuna pretesa. Dunque è questa libertà che vorrei emergesse dalle nostre materie musicali. Questa sorta di ordinata e sincera anarchia. Un atto d’amore verso se stessi e il bello della vita.  Scegliti unico.

Cosa ne pensi invece dell’attuale situazione politico sociale globale?

Siamo fottuti. Lo dico da quei primi anni 90 in cui cercammo di urlarlo col metal estremo, altrimenti non si spiegherebbe il perché di tale scelta musicale. La cosa assurda è che la realtà ha superato abbondantemente le mie moderate visioni catastrofiste. Non so, ci resta la dignità dei violinisti sul Titanic mentre la nave cola a picco. Non fraintendermi, io amo la vita, la vita è meravigliosa e voglio viverla fino in fondo e cercherò di farlo anche in Italia, ma tre quarti d’italiani sono da esilio forzato. La classe politica, i dirigenti, gli imprenditori, la volgare massa ignorante che li ha eletti e supportati, prima con la DC poi col PDL-PD. Non so cosa aggiungere. Io vivo in Italia, il Paese dell’arte e della cultura, dell’Opera e della poesia. Ma Pompei crolla. Hai visto Selinunte? Hai visto le piazze italiane? Sei stato a Firenze negli ultimi anni? E’ sconvolgente, non riconosco più la Sicilia, mi sento un corpo estraneo ovunque. E’ c’è un responsabile, ci sono dei collusi, ladri o nella migliore delle ipotesi incapaci. Io ho cercato di fare ed esaltare il ‘bello’ di questo (p)aese. Ho cercato di raccontare a mio modo Pirandello o Fellini. Mi sono impegnato per non essere banale, derivativo o esterofilo. Ho cercato di studiare, di acquisire tutto il bello che questo Paese ha inciso nella sua Storia, ma poi vedi il Parlamento italiano e somiglia al caffè di tamarri dove sono solito leggere il giornale, gente che svende la propria meraviglia alle slot-machine. Entrambi, tamarri e parlamentari, come dei tossici, spacciano speranza e in cambio ottengono miseria per se stessi e per i loro figli. Entrambi sono dei miserabili e invivibile hanno reso il mio (p)aese e il mio caffè.

- In oltre 10 anni di attività,  come vedi la scena estrema underground e che consigli senti di darle?

Dieci anni? Sono più di venti credo. Consigli? Una morte dignitosa. Un modo romantico di staccare la spina. Non so, non seguo niente. Ci sono in giro ottimi musicisti e artisti, perché l’Italia è un grande Paese d’arte, ma non credo ci sia una scena. Lo era quella progressive degli anni 70, ma noi non siamo che una italietta maleodorante rispetto a quegli anni. Non so, davvero. Posso dire a chi vuol far musica di essere comunque anarchico, di viverla come un’urgenza personale, pura e incantevole.

- Mi puoi parlare della nascita e dei progetti della INCH Productions?

Poiché ho sempre ascoltato differenti generi musicali fin dall’inizio, coi miei collaboratori, abbiamo sempre sperimentato altre forme musicali. L’ultimo, per farti un esempio, sono i Sartanah, un progetto spaghetti-western che incarna la meraviglia di quelle pellicole italiane degli anni 70. E’ un progetto strumentale. Ideale colonna sonora per un film ma che si svolge nel deserto siculo. C’è sempre un richiamo alla mia terra d’origine. La INCH Productions è l’etichetta che nel lontano 1998 fondammo per supportare tutto ciò. Oggi ho acquisito altri validi collaboratori che amplieranno i nostri progetti, ad oggi 17. Dalla Taurina Rec. a tutta la bella compagnia di Pagan Moon di Torino.

- Negli spettacoli live di Agghiastru affiora un costante pathos teatrale, come ti poni di fronte a questo mondo?

E’ il teatro la prima fonte d’ispirazione di Inchiuvatu e di tutte le mie manifestazioni musicali. La Sicilia è teatro. La natura inscena da millenni da quelle parti, non è mica la brianza… Le migliori menti della Storia dell’umanità hanno fatto e disfatto ogni pietra in quella terra. A me non resta che raccontare e tramandare come un aedo. Ma detta così sembra quasi che io ci riesca veramente e me ne attribuisca i meriti, in realtà ci tento, a volte sono più le belle parole che non i fatti, ma che vuoi farci, siamo gente da caffè.

- Che progetti ci riservi per il futuro?

Dormire meglio. Se poi riesco a trovare entusiasmo o qualcosa di simile alla speranza per un domani più riposante vado in studio e vedo di finire il terzo disco di Agghiastru, il nuovo EP dei Sartanah, poi il quinto album ufficiale di Inchiuvatu, anche se ancora non ho finito la trilogia che ora diventerà una pentalogia. E poi ancora Lava, Lamentu, La Caruta di li Dei, Vasamatri, Bujo Celeste, Tabula Rasa, Tenebra, Ultima Missa, ormai per dormire conto i progetti come fossero pecorelle… Non pensare che io ami follemente la musica o stare in studio a registrare, è solo che ho un sacco di tempo libero, mi annoio facilmente e, come ti dicevo, dormo male.

 

Intervista a cura di Marco Furia

INCHIUVATU_1_2

Potrebbero interessarti anche...

Nico Parente

Autore: Nico Parente

Pubblicato il 14 nov 2013 alle 12:54 pm

Lascia un commento su "INCHIUVATU – l’intervista"