ADDIO A BUD SPENCER, IL GIGANTE BUONO

ADDIO A BUD SPENCER, IL GIGANTE BUONO

index
E’ sempre difficile trovare le parole adatte quando ci lascia un amico. E sebbene non l’abbiano mai conosciuto di persona, per tanti giovani cresciuti tra gli anni tra gli anni Settanta e  i Novanta, Carlo Pedersoli, in arte Bud Spencer, è stato un amico. Anzi, qualcosa di più, uno di famiglia. Più che un semplice attore, Bud Spencer è stato un’icona pop, un personaggio tanto popolare, anche all’estero, che non ha praticamente bisogno di presentazioni.
Se n’è andato in silenzio, serenamente, senza soffrire, dopo una vita coronata da tanti successi. Da giovane si è dedicato allo sport, con ottimi risultati nel nuoto, ma aveva anche praticato la pallanuoto, il pugilato e il rugby. Il primo ruolo importante nel cinema risale al 1955 nel film “Un eroe dei nostri tempi”, di Mario Monicelli. Negli anni Sessanta approda al western con “Dio perdona… io no!” di Colizzi al quale seguono “I quattro dell’Ave Marie” e “La collina degli stivali”.  E’ con questa trilogia western che si forma la coppia Bud Spencer e Terence Hill, ma sarà poi con due film di E. B. Clucher, (pseudonimo sotto il quale si nascondeva Enzo Barboni),  “Lo chiamavano Trinità” e “Continuavano a chiamarlo Trinità”  che i due assumeranno i caratteri tipici che li renderanno famosi da qui in avanti per almeno un ventennio di cinema.
Bud Spencer, ossessionato dal cibo, svogliato e scontroso, talmente forte che il più pigro dei suoi cazzotti provoca commozioni cerebrali, ha incarnato il desiderio del pubblico italiano di un cinema d’intrattenimento, disimpegnato, che facesse sorridere e magri anche sognare con le ambientazioni esotiche dei suoi film. Insieme al compagno Hill, Spencer ha cavalcato per il selvaggio west, combattuto bande di manigoldi a Miami, ostacolato i piani di trafficanti nell’Africa coloniale, massacrato di botte i pirati in un’isola del Pacifico. Per non parlare di quando, insieme a Giuliano Gemma, sconfisse una banda di gangster nell’America degli anni Venti, in quel film il cui titolo, “Anche gli angeli mangiano fagioli”, è divenuto forse la descrizione più sintetica e precisa di Bud Spencer: un uomo buono, difensore dei più deboli, con una passione semplice ma incontrollabile per la buona tavola. Uno di famiglia, appunto, uno che vorresti volentieri da te a pranzo la domenica, la trasfigurazione cinematografica di un papà, o di un lontano zio dalla vita leggendaria, al quale ti viene voglia di chiedere: “Dai, zio Bud, raccontaci ancora di quella volta che hai fatto arrestare un’intera banda di trafficanti di droga a Miami”
Insieme al suo compagno di avventure, Bud Spencer incarnò il sogno americano in salsa di pomodoro, facendoci viaggiare per un’America fatta di poliziotti buoni, di gara a birra e salsicce, di salutari scazzottate, di happy ending e di colonne sonore che hanno il sapore di tempi perduti.
Aldilà dei film con Terence Hill, vanno ricordati alcuni lavori in cui Bud Spencer ha dato prova di sapersi liberare della figura di gigante buono con la quale era diventato famoso, come nel caso di “Quattro mosche di velluto grigio” del 1971, di Dario Argento, in cui interpreta il clochard Dioemede, “Torino Nera”, del 1972, di Carlo Lizzani, poliziesco che vuole raccontare la criminalità nelle città del nord, e “Il soldato di Ventura”, del 1976, di Pasquale Festa Campanile, in cui Bud veste i panni di Ettore Fieramosca. Fra le ultime prove non si può non ricordare “Cantando dietro i paraventi”, del 2003, stupendo film di Ermanno Olmi, in Bud Spencer diede prova di potersi adattare anche ai lavori drammatici.
Con Bud Spencer se ne va un altro pezzo del nostro cinema, l’ennesimo. Buon viaggio, Bambino.

Edoardo Trevisani

Potrebbero interessarti anche...

Autore: Edoardo Trevisani

Pubblicato il 28 giu 2016 alle 5:18 pm

Lascia un commento su "ADDIO A BUD SPENCER, IL GIGANTE BUONO"