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AQUAMAN – la recensione

E il nuovo anno porta sul grande schermo un nuovo super eroe: Arthur Curry (Jason Momoa), metà umano e metà atlantideo, nato da una relazione tra il guardiano del faro Tom (Temuera Morrison) e Atlanna (Nicole Kidman), regina del regno marino di Atlantide. Addestrato dal maestro e mentore Vulko (Willem Dafoe), Arthur/Aquaman si prepara, da protettore degli oceani, a divenire re di un regno che, in parte, gli appartiene e che al momento viene presieduto dal fratellastro Olm (Patrick Wilson), pronto a dichiarare guerra alla superficie e alla specie umana per via dei costanti attacchi mossi dagli umani al mare. Per l’occasione, DC Entertainment e Warner Bros, al fianco di Peter Safran, affidano la regia al maestro del brivido James Wan, già prestato al cinema muscolare e d’azione con la sua acclamata prova in Fast & Furious 7. I riferimenti alla sua filmografia non mancano, già soltanto per la presenza dell’attore feticcio Wilson, ma Wan non elude neppure il cinema di fantascienza seminando il suo cinecomic di elementi che strizzano l’occhio non solo ai grandi titoli quali Star Wars, ad esempio, ma anche diversi B-movies. Azione e adrenalina, tutto ben condensato da una buona (forse eccessiva) dose di ironia, si sprecano in questi abbondanti 140 minuti di girato che, come un moderno Ulisse, muovono Aquaman tra diversi mondi e Paesi, dal Sahara alla Sicilia sino al regno sommerso. Ma forse gli autori si concentrano più su quest’aspetto, ossia quello spettacolare e impattante degli effetti visivi, tralasciando un lineare sviluppo della trama che sembra avanzare a singhiozzi e con poco equilibrio narrativo. A risentirne anche gli altri personaggi, purtroppo poco approfonditi anche se interessanti.

Un’occasione che ancora non contribuisce ad elevare gli stilemi dell’extended universe DC.

 

Alessia Urrata

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