Big Eyes di Tim Burton

Big Eyes di Tim Burton

Dietro gli occhioni malinconici del titolo si nasconde Tim Burton in un film che sembra appartenergli solo nei tratti inequivocabili di quei bambini protagonisti del più grande caso di truffa nella storia dell’arte contemporanea. I bambini di Walter Keane o almeno per circa un decennio ritenuti “figli” dell’artista cialtrone che ne rubò la maternità alla moglie Margaret Ulbrich, la vera creatrice di quei quadri ispirati agli occhi profondi della figlioletta.

L’infinito dilemma tra arte e efficace mossa pubblicitaria nell’epoca in cui sia afferma la riproducibilità dell’opera d’arte (anni 50/60). Keane (un Christoph Waltz sempre superlativo)  si sa vendere, ma è arido e calcolatore mentre la moglie, timida, sensibile e talentuosa (una dolcissima Amy Adams)  lo lascia fare e rimane all’angolo a dipingere quel mondo interiore nascosto in quei grandi occhi tristi. Quei bambini così malinconici rappresentano l’unico elemento di unione con il resto dell’universo “burtoniano”. Chi si aspetta la magia delle sue favole precedenti la scorgerà solo in quegli occhioni che sono, come spiega Margareth al marito, lo specchio dell’anima. Un’anima che lei svende ingenuamente, sacrificando se stessa, la sua arte, per amore del marito, per la prospettiva di un successo che si rivelerà sterile.

In un’epoca in cui la donna era considerata solo l’angelo del focolare, in un ambiente, quello dell’arte, che cerca solo il sensazionale, la favola di Burton si riduce nel lieto fine: Margareth ritroverà se stessa e la sua dignità e vive tutt’oggi d’arte.

Caterina Sabato

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Caterina Sabato

Autore: Caterina Sabato

Pubblicato il 9 gen 2015 alle 2:30 pm

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