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BIRD BOX – la recensione

Diretto da Susanne Bier e con protagonista Sandra Bullock, Bird Box è stato il film più visto nella prima settimana di distribuzione sulla piattaforma Netflix. Adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo di Josh Malerman, il film in principio affidato ad Andrés Muschietti e posto in cantiere dalla Universal, passato poi a Netflix, vede al fianco della Bullock, perfetta nel suo ruolo di madre e “tutor” d’azione, Trevante Rhodes, Jacki Weaver, John Malkovich, TomHollander, Sarah Paulson e molti altri. La trama ci catapulta in un indefinito arco temporale post-apocalittico che si estende in cinque anni e che ci presenta il mondo sconvolto dopo un’inspiegabile (e inspiegata) epidemia di massa che vede gran parte della popolazione, a seguito di visioni non definite, impazzire prima di sacrificare la propria vita a un’entità misteriosa.

Malorie (Sandra Bullock), pittrice in attesa di un figlio, si ritrova un giorno a dover mettere in salvo la propria vita, dopo aver visto la sorella (Sarah Paulson) suicidarsi improvvisamente. Entra dunque in contatto con un gruppo di sconosciuti, con i quali lotterà per la salvezza propria e del pargolo. Nel corso della “convivenza” inizierà una relazione con Tom (Rhodes) e adotterà la figlia di Olympia (Danielle Macdonald) che, come molti altri, dopo aver osservato la realtà si è suicidata. Malorie, dopo svariate peripezie, azzarderà un piano di fuga…

Pur non contando su una trama originalissima, a metà tra  Dark Skies e The Walking Dead, con palesi rimandi anche al recente A Quiet Place, Bird Box fa leva sul mistero dell’entità che costringe chi vuol sopravvivere a “non guardare il mondo esterno”, privandosi quindi della vista e stando attenti a non cedere ai richiami suicidi e tentatori. Metafora di una realtà che, per via degli orrori quotidiani, ci invita a tenere gli occhi chiusi, riportandoci a un isolamento ormai inesistente per via della tecnologia invasiva e micidiale a concentrarci più sui valori concreti, quali l’amore e la famiglia. La protagonista, come una vera eroina, si muove in un mondo ostile e feroce, proteggendo con tenacia quelli che ha volutamente (ai fini di proteggerli dall’entità) battezzato “bambino” e “bambina”. Sì, in effetti, i rimandi a Omero e alla sua più grande opera epica, Odissea, sembrano aver influenzato gli autori che, non a caso, muovono Malorie come un’odierna versione femminile di Ulisse e che, solo dopo innumerevoli sfide (comprese le correnti e le avversità della navigazione), farà ritorno “a casa”. Con un finale sorprendente.

 

Alessia Urrata

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