CI LASCIA UMBERTO LENZI, MAESTRO DEL CINEMA DI GENERE

CI LASCIA UMBERTO LENZI, MAESTRO DEL CINEMA DI GENERE

 

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Si è spento questa mattina all’ospedale di Ostia Umberto Lenzi, uno dei più importanti registi del cinema di genere italiano. Con lui sparisce uno degli ultimi testimoni di quella straordinaria stagione cinematografica italiana che non tornerà più, popolata da cineasti che amavano sperimentare e raccontare, attraverso il cinema così detto popolare, l’Italia degli anni Settanta e Ottanta in preda ai grandi cambiamenti sociali e culturali.

Lenzi era consapevole del fermento culturale verso cui andava in contro il cinema italiano e seppe adattarsi a tutte le mode, decidendo di esplorare tutti i generi, portando sullo schermo personaggi che sarebbero entrati presto nell’immaginario collettivo del pubblico.

La carriera di Lenzi inizia negli anni Cinquanta, quando decide di abbandonare la facoltà di legge per frequentare il Centro Sperimentale di Cinematografia, il primo genere con cui si misura è quello d’avventura di cappa e spada, con le “Avventure di Mary Read” del 1961. Per gran parte degli anni Sessanta continua a sfornare pellicole di avventura, come “I pirati della Malesia”, “Il trionfo di Robin Hood” o “Sandokan, la tigre di Mompracem”, per passare poi al genere spionistico con “Kriminal”, al western con “Una pistola per cento bare” e al bellico con “La legione dei dannati”. Ma la vera popolarità Lenzi la raggiunge con il noir e il poliziottesco, dove si trova spesso a collaborare con due grandissimi attori come Tomas Milian e Maurizio Merli. Titoli come “Milano Odio, la polizia non può sparare”, “Il giustiziere sfida la città”, “Il trucido e lo sbirro”, “La banda del gobbo”, hanno segnato un’intera generazione, influenzato registi stranieri, come Tarantino, e hanno parlato con un linguaggio duro, violento, politicamente scorretto, del clima che si respirava in Italia negli anni dello stragismo, della strategia della tensione, del terrorismo. Un cinema, quello di Lenzi, e di altri suoi colleghi, come Fernando Di Leo, bistratto da molti critici e spettatori impegnati dell’epoca, ma che invece aveva i merito di raccontare senza giri di parole e con un spirito innovativo, le vicende che insanguinavano le cronache. Inseguimenti spettacolari, colonne sonore memorabili e atmosfere cupe renderanno il poliziottesco uno dei momenti più alti e intramontabili del cinema italiano, di cui Umberto Lenzi sarà protagonista indiscusso.

Ma il regista toscano non si fermò al cinema di azione, decise di proseguire la sua strada esplorando l’horror e sulla scia del controverso “Cannibal Holocaust” di Ruggero Deodato, negli anni Ottanta girò due scioccanti horror, “Cannibal Ferox” e “Mangiati vivi” ai quali seguiranno tante altre pellicole di diverso genere. Il suo ultimo film risale al 1992, “Hornsby e Rodriguez – Sfida criminale”.

Messa da parte la macchina da presa, Lenzi continuò a misurarsi con il poliziesco, ma questa volta come romanziere. Il suo personaggio, Bruno Astolfi, protagonista di diversi romanzi, è un poliziotto privato antifascista, chiamato a indagare sui delitti che vengono compiuti nella Cinecittà dei telefoni bianchi.

 

 

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Autore: Edoardo Trevisani

Pubblicato il 19 ott 2017 alle 5:55 pm

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