Doomraiser – recensione al nuovo album della band capitolina

Doomraiser – recensione al nuovo album della band capitolina

doomraiser

Band: Doomraiser

Album: Reverse (Passaggio Inverso)

Etichetta: Bloodrock Records

Data di pubblicazione: 2015

In un genere come l’Heavy Metal è sempre rischioso fuoriuscire dai paradigmi  e dai canoni storici e stilistici dettati dai big del passato: esiste quasi un fondamentalismo imposto dai fan del genere, un’impostazione sacrale secondo la quale una band Metal deve in qualche modo richiamare a qualcosa di già noto e apprezzato (da qui il fallimento di sottogeneri come l’avantgarde o il neo-folk, migrati verso un target di pubblico meno oltranzista). Il Doom Metal è un sottogenere molto delicato proprio a causa di queste tendenze dei suoi fruitori. Non è facile pensare di suonare Doom aggiungendo a riffoni sabbathiani alcune partiture vocali vicine agli ultimi Anathema, come non è facile, se si suona questo genere, presentarsi al proprio pubblico con brani ricchi di cambi di tempo e atmosfere sempre in divenire. È per questo che “Reverse (Passaggio Inverso)” dei Doomraiser è un album che merita di essere ascoltato con attenzione: è un lavoro coraggioso, che slaccia la tradizione stilistica del genere, che supera i confini imposti da chi oltre ai Cathedral e ai Candlemass vede forse solo i Reverend Bizarre… e nonostante queste sfide è un lavoro che molto difficilmente può deludere – anche il più tradizionalista degli ascoltatori. La band romana, con quest’ultimo lavoro, approda a un apice della propria carriera, perché riesce nell’impresa di trovare un sound definitivamente proprio e del tutto riconoscibile: “Reverse” rompe gli schemi ma non troppo, suona familiare ma pure nuovo e, specialmente, come ogni lavoro Doom dovrebbe fare, sprigiona il doppio potere di essere sonoramente d’impatto ma anche intenso, riflessivo, drammatico. Il merito probabilmente è da dare alla nuova line-up, ben congegnata e creatrice di un’alchimia vincente e convincente, ma anche, senza dubbio, alla maturità acquisita da componenti di lunga data come il cantante Nicola “Cynar” Rossi, fautore di una prova eccezionale. È infatti dai continui mutamenti vocali che si avvicendano nell’album che bisogna partire per viaggiare all’interno di questi sette pezzi. Non per essere pure io l’oltranzista di turno che fa sempre riferimento a band storiche, ma per farmi capire: Cynar è in grado di passare da vocalità vicine ai Moonspell più arcigni fino ad arrivare a echi che riprendono i Katatonia degli ultimi anni, e tutto senza mai perdere quell’intensità e pathos che rendono davvero palpitante – e puramente oscuro – un lavoro Doom. La fase ritmica è massiccia e compatta per tutta la durata dell’album, ma il fattore che più sorprende e spicca su ogni altro sono le chitarre: un muro di distorsioni che travolge in tutti i frangenti, sia nelle parti più dilatate (in certi momenti quasi Funeral Doom) che in quelle più sostenute (anche il più tipico dei mid-tempo qui è un esempio eclatante di groove e potenza). E non si può non sottolineare che molto è merito di una produzione magnifica, a opera di Billy Anderson, capace di cogliere alla perfezione il mood e le oscure intenzioni sonore della band.

Non sarà un’opera definitiva e spartiacque (nel Metal questo è un avvenimento raro, quasi estinto, anche per i prodotti più freschi e interessanti come questo), ma in “Reverse” c’è tanto, tantissimo, è tra gli album Doom più interessanti degli ultimi anni. Sì, lo si può dichiarare con tranquillità, nonostante la nuova vita (e il proliferare di giovani band) che coinvolge ultimamente questo genere (complice l’attenzione di un pubblico sempre più numeroso, che dai più commerciali Sludge e Stoner approda anche al Doom). Specialmente in Italia, dove però, non c’è dubbio, i Doomraiser non possono non primeggiare: per attitudine, per coerenza, ma specialmente per originalità e piglio artistico.

BEST: “Mirror Of Pain”. Non il brano più ricco e variegato (quello è “Ascension: 6 To 7”), ma sicuramente il più intenso, sanguigno e nero. Ogni riff è un capitolo appassionante e non c’è tregua: si resta ad ascoltare fino alla fine questa marcia disperata.

WORST: Forse “Apophis” è il pezzo più derivativo, ricordando troppo certi Candlemass post-Messiah Marcolin – anche se, nell’economia dell’album, una canzone di questo tipo non guasta assolutamente, affidandosi a riff più abituali ma indubbiamente gradevoli.

Tracklist:

1. Addiction
2. Mirror of Pain
3. Ascension: 6 to 7
4. Apophis
5. In Winter
6. Dio inverso (Reverse)

Line-up:

Cynar – voce
Montagna – chitarra
Serpico – chitarra
BJ – basso
Pinna – batteria

 

Autore: Andrea Donaera

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Nico Parente

Autore: Nico Parente

Pubblicato il 28 mar 2015 alle 9:39 am

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