DYLAN, TRENT’ANNI… E MOSTRARLI TUTTI

DYLAN, TRENT’ANNI… E MOSTRARLI TUTTI

 

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Con il numero 361, “Mater dolorosa”, si giunge al compimento dei trent’anni di Dylan Dog. Trent’anni in cui l’indagatore dell’incubo ha narrato le paure di generazioni di lettori, divenendo un vero e proprio fenomeno sociale, più che semplicemente un fumetto.
“Mater dolorosa” è un album di quelli celebrativi, tutto a colori, che narra le enigmatiche origini di Dylan, ma serve anche a fare il punto sulla rivoluzione messa in atto da Roberto Recchioni. Lo sceneggiatore e nuovo curatore di Dylan Dog, ha preso in mano le redini del secondo prodotto editoriale dei Bonelli per numero di vendite (il primo è Tex) per cercare di rinnovare la serie dopo un periodo di crisi.
Come è ovvio che sia, la sua operazione di rinnovo del personaggio non può piacere a tutti, specialmente ai puristi, legati al Dylan di Scalvi, quello che dei primi 100/150 episodi. Ma è vero che parliamo anche di molto tempo fa. Da allora non è cambiato solo il fumetto in Italia, è cambiato il mondo ed è cambiato anche l’horror. Recchioni vuole dare vita a un personaggio moderno proprio perché vuole attirare nuovi lettori, ovvero i lettori figli delle serie tv, dei fumetti americani, dei video games, quelli che la fantastica stagione dell’horror cinematografico degli anni Ottanta non l’hanno mai vissuta, se non tramite i mediocri filtri dei remake di “Nightmare” e “Non aprite quella porta”. Tutto un altro mondo, appunto. Niente di più lontano dallo Scalvi che ti citava Romero e Kafka, gli Iron Maiden e Baudelaire, Wes Craven e E. A. Poe, il tutto mescolato in una melanconica danza fatta di ironia e morte, romanticismo e paura. La verità è che Tiziano Sclavi è un autore, di quelli con una personalità, una poetica, con uno stile, è in sostanza uno scrittore con il quale tu lettore devi fare i conti, poco importa che hai tra le mani un romanzo o un fumetto. Il Dylan Dog di Recchioni, che deve litigare con la nuova tecnologia e ha smesso di dire giuda ballerino, è il personaggio di uno sceneggiatore, di un bravo scrittore, di uno che sa come funzionano le trame e le sotto trame e i personaggi di contorno e i livelli narrativi e tutto il resto. È misurato, attento, furbo, non si lascia mai andare al delirio, alla follia del momento. Il risultato è che il Dylan Dog di oggi sembra, almeno agli occhi dei lettori storici, più che un eroe malinconico e fuori dal mondo, uno schizofrenico alle prese con un conflitto di personalità. E questo conflitto lo trasferisce pure all’intero prodotto editoriale. E così “Mater dolorosa” è sempre a cavallo tra il vecchio Dylan sclaviano e il nuovo Dylan recchioniano, tra citazioni di vecchi albi storici e il ritorno tutto misterioso di nuovi personaggi, come John Ghost. E tutto rimane sospeso. Poco scopriamo di nuovo e ogni colpo di scena (vedi ad esempio come è diventata Moonlight) serve a colpire il lettore lì dove è più sensibile. In più l’opera sembra premurasi di costituire un tessuto fitto di rimandi metatestuali, che rendono la narrazione talmente scientifica da risultare distaccata, reale come può esserelo il mondo visto attraverso lo schermo di uno smartphone. Tutto talmente perfetto da risultare freddo, calcolato, studiato fin nel dettaglio. Una sceneggiatura che sembra voler gareggiare, più che dare voce, alle straordinarie tavole di Cavenago, talmente belle che potrebbero parlare da sole. E’ difficile poter fare una critica serena e imparziale di “Mater dolorosa”, perché per farlo bisogna collocarlo nella nuova dimensione che Recchioni sta dando al personaggio e a tutto l’universo di dylaniano. Ma il mondo di Recchioni e il mondo di Scalvi sono due mondi diversi, a tratti inconciliabili. E preso atto di questo fatto, bisogna cominciare a interrogarsi seriamente sul senso dell’horror ai giorni nostri, sulla narrazione della paura.
E’ inutile girarci attorno, Dylan non è più lo stesso perché la paura non è più la stessa. I nostri incubi sono cambiati assieme al modo di raccontarli e ai riferimenti culturali dei nuovi lettori. Freddy Krueger è definitivamente morto e la fiammante Chirstine è un rottame accartocciato. Ai vecchi lettori resta la sensazione straniante e un po’ amara che il ragazzo con la giacca nera che si muove dietro la copertina con su scritto Dylan Dog, non sia il vecchio amico di una volta, ma piuttosto uno sconosciuto. E’ una sensazione che si accompagna alla nostalgia.

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Autore: Edoardo Trevisani

Pubblicato il 6 ott 2016 alle 10:05 pm

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