Enslaved – Continua evoluzione ‘in times’

Enslaved – Continua evoluzione ‘in times’

in times

Band: Enslaved

Album: In Times

Etichetta: Nuclear Blast

Data di pubblicazione: 6 marzo 2015

 

Attualmente gli Enslaved sono tra i gruppi più importanti nella scena Metal mondiale, avendo superato negli ultimi anni, sorprendentemente anche dai punti di vista della notorietà e di quello prettamente commerciale, band più poppeggianti e dalle attitudini più fashion (Dragonforce e roba simile). I meriti di questa posizione di rilievo vanno rintracciati sicuramente nella capacità di evolvere il loro sound tramite un’escalation fatta di dischi sempre migliori, sempre più originali, staccandosi gradualmente dal Viking Black essenzialmente rozzo (ma mai minimale) delle origini per approdare a ricerche e sperimentazioni illuminanti di release come “Isa” e “Vertebrae” – tutto senza mai tradire la vera natura della band, che si ciba della spiritualità delle nordiche terre d’origine e la riversa in aggressività sonora, appropriandosi di un appeal sempre evocativo.

“In times” prosegue questo evolversi della band, raggiungendo però vette compositive insperate (e quasi inspiegabili, data già l’ottima qualità delle ultime uscite della loro vasta discografia). È oramai molto difficile etichettare gli Enslaved come una semplice band Black Metal, o Viking Black, o Epic Black… anche perché tutti questi sottogeneri sono diventati soltanto espedienti utili alla creazione del loro personalissimo sound: “In times” contiene sfuriate Black e Viking Old School, sì, ma è composto da partiture di matrice del tutto Prog, con più enfasi rispetto agli ultimi album; “In times” colloca in soli sei pezzi quasi tutto il meglio degli ultimi anni della scena Metal, cesellando (con perizia tecnica ineccepibile e una continuità stupefacente all’interno dei brani) richiami dal sapore A Perfect Circle e riffaggi alla Septicflesh, melodie raffinate e malinconiche vicine agli Opeth e solos quasi Johnpetrucciani, ma anche screaming di raro disperato impeto mescolati a clean vocals che quasi riportano al primo Corey Taylor (sic!), chitarre cattive in accordi cupissimi, cori puramente e bellicosamente vichinghi… e davvero tantissimo altro, senza mai nulla di realmente derivativo, con tante intuizioni e invenzioni, tanto che probabilmente quest’album meriterebbe un’analisi traccia per traccia, non solo una recensione bene o male generica come questa. “In Times” è un viaggio eclettico in cui si possono perdere sia il fan abituale della band che il neofita, perché è tra i pochi album usciti negli ultimi mesi a essere realmente godibile dall’inizio alla fine regalando qualcosa di concretamente nuovo.

Rispetto alle ultime uscite, gli Enslaved hanno riassettato tre punti determinanti del loro stile: meno inserti acustici e dunque chitarre elettriche di nuovo in primissimo piano; le tastiere ritornano al ruolo di tappeto e arricchimento delle partiture chitarristiche, senza più lunghi intermezzi sinfonici o linee protagoniste all’interno delle canzoni; i brani sono sì lunghi, ma hanno costruzioni memorizzabili e le clean vocals sono tutte molto (molto!) easy listening. Questo, coniugato a una produzione eccellente (di quelle in cui «si capisce tutto», come il giovane ascoltatore d’oggi pretende), fa pensare a un album costruito con la testa anche al pubblico, provando a coinvolgere un target quanto più largo possibile – quello di sempre e quello più giovane, quello più esigente e quello nostalgico dell’old school (anche se questi ultimi, probabilmente, rimarranno delusi o annoiati dalle scelte melodiche presenti in ogni brano). Dunque un disco costruito con intelligenza e criterio, con la voglia di creare pezzi perfetti per sommarli in un capolavoro del Metal contemporaneo (perché “In times” questo è, senza se e senza ma), e con l’intenzione di non perdere la posizione di spicco all’interno di una scena Metal mondiale attualmente piuttosto povera  e che può fare affidamento su pochissimi capisaldi – tra questi, ovviamente, gli Enslaved.

BEST: “Building With Fire”. Il brano più orecchiabile dell’album, ma anche il più ricco di idee e originale, il più travolgente ed emozionante sia nei frangenti estremi che in quelli più puliti.

WORST: L’artwork, scialbo, per niente accattivante e del tutto anonimo. Ma è ovviamente una sciocchezza, al cospetto della musica che contiene.

 

Tracklist:

1 – Thurisaz Dreaming

2 – Building With Fire

3 – One Thousand Years of Rain

4 – Nauthir Bleeding

5 – In Times

– Daylight

 

Line-up:

Ivar Bjørnsonchitarra, tastiere

Grutle Kjellsonbasso, voce

Arve Isdal – chitarra

Cato Bekkevoldbatteria

Herbrand Larsen – tastiere, voce

 

Recensione a cura di  Andrea Donaera

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Nico Parente

Autore: Nico Parente

Pubblicato il 24 apr 2015 alle 9:21 am

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