GODZILLA RESURGENCE – in anteprima assoluta, la recensione

GODZILLA RESURGENCE – in anteprima assoluta, la recensione

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di Diego Martina (corrispondente dal Giappone)

 

Ho volutamente atteso ventiquattro ore prima di mettere mano alla tastiera e recensire Godzilla Resurgence (Shin-Gojira in giapponese), pellicola cinematografica firmata da Hideaki Anno. Il motivo dell’attesa è presto detto: un commento a caldo, se ripreso a freddo, può talvolta rivelarsi l’esatto opposto dell’iniziale impressione.

Ebbene, è valsa la pena rinfrescarmi le idee per ventiquattro ore, rimandando di un giorno questa recensione? No. Ma nemmeno a sperarci. Perché la verità è che Shin-Gojira è un film davvero, davvero brutto.

Cercando di evitare anticipazioni sulla trama (che tanto, pur volendo, è pressoché inesistente), mi limiterò a riportare soprattutto cosa non ha funzionato, e perché.

Innanzitutto, partiamo dalla regia: Hideaki Anno è un regista di animazione, universalmente noto per aver realizzato quel capolavoro (questa volta sì) di Neon Genesis Evangelion. È un animatore di prima linea, che talvolta si è cimentato anche in produzioni di pellicole con attori in carne e ossa. Queste seconde pellicole, finora, diciamocelo pure, le ha sempre toppate. La speranza di molti era dunque riposta in un film su Godzilla, personaggio che, visto il tratto fantascientifico comune a molte animazioni di Anno, si sarebbe magari potuto adattare bene alla sua regia. Previsione che purtroppo si è rivelata errata.

Ne parlavo in una precedente recensione: il mondo dell’animazione e quello del cinema rispondono a regole ben differenti. Se da una parte può capitare che pellicole di animazione rispettino i canoni tipici del cinema, dall’altra è difficile che avvenga il contrario, ovvero che una pellicola cinematografica possa incorporare elementi dell’animazione senza far sentire “stranito” lo spettatore. È appunto il caso di questo Shin-Gojira, che presenta situazioni, dialoghi, soluzioni (recitative e narrative) che, se prese nel contesto dell’animazione, risultano godibili; nel contesto del cinema, invece, finiscono col risultare non solo improbabili, ma anche ridicole, e a tratti oscene.

Nello specifico, dunque, cosa non ha funzionato?

Sceneggiatura: nell’ottica della tradizione dei film su Godzilla, voler fornire a questa pellicola una vera e propria trama risulterebbe probabilmente controproducente, perciò non è certo una meraviglia o una pecca se quest’opera manca in sé di una trama strutturata. Tuttavia, per farne una pellicola, la vicenda dell’arrivo della creatura e della successiva distruzione di (una parte di) Tokyo deve pur essere vissuta e/o raccontata da qualcuno: Anno – sceneggiatore, oltre che regista – decide di affidare questo delicatissimo ruolo narrativo alla classe politica dirigente giapponese. Si è rivelata una scelta azzeccata? Solo in parte. Perché decide infatti, con poco buon senso pratico, di fare di tutta la classe politica l’osservatore diretto della tragedia: ne derivano così lunghi soliloqui e botta & risposta di scarno spessore tra tutti (ripeto: TUTTI) i ministri giapponesi, tanto che ti chiedi che diamine lo hanno chiamato a fare il ministro dell’agricoltura e della pesca in un momento simile. La cosa peggiore (che paradossalmente è anche una delle specifiche “visive” della pellicola), è che Anno non perde tempo a mettere in sovrimpressione per tutta la durata del film delle lunghissime scritte in ideogrammi bianchi per elencare le varie cariche di tutti i ministri, dei funzionari statali, di polizia e militari, che di volta in volta compaiono nelle inquadrature, assieme a nome e cognome dei medesimi, che tanto non avrai modo di memorizzare e distinguere l’uno dall’altro perché in questo film parlano un po’ tutti e lo fanno dicendo la prima cosa che gli salta in mente, in barba alla narrazione. Manca dunque un vero protagonista, qualcuno che incarni la pellicola e le dia una forma narrativa quantomeno accettabile (in tal senso, uno spaventapasseri che ne fa le veci c’è, ma risulta talmente bidimensionale che te lo perdi strada facendo).

Computer grafica e dintorni: ora, non che sia un patito della CG, anzi, semmai il contrario. Però è pur vero che un certo cinema di Hollywood ha abituato il pubblico di spettatori ad alcuni standard che, per carità, sebbene possano non essere rispettati, segnano comunque una profonda linea di confine tra ciò che viene realizzato con una certa cognizione di causa e ciò che viene invece abbandonato a se stesso. Questo nuovo capitolo di Godzilla, nemmeno a dirlo, appartiene al secondo gruppo distintivo. La fisica, ad esempio, è un elemento del tutto assente nella pellicola. Avete presente la forza di gravità? Dimenticatela. Avete presente gli spostamenti d’aria dovuti a un mostro gigantesco che va passeggiando sui tetti in tegole di cotto di una antica e ridente cittadina giapponese: dico, avete presente gli spostamenti d’aria? Dimenticateli. Che ve li ricordate a fare? Tanto siamo nel presente, ci sono le vedute su Tokyo e sulla baia, elicotteri e carri armati…pazienza se poi ci si reinventa la fisica, o peggio ancora si finge non esista. Che non avessero budget o che il professionista di turno non fosse in grado di fare di meglio con la CG, fate un po’ voi. Tra tutte le animazioni patetiche, ad esempio, si vedono treni volare e schiantarsi per terra con la fisica grossolana di würstel surgelati caduti sul pavimento, lasciando per altro illeso l’asfalto. Che non ci si meravigli se lo spettatore si sente poi preso in giro…

Toni: una creatura alta quanto un palazzo di cinquanta piani arriva in una delle megalopoli più grandi del pianeta e inizia a seminare morte, terrore e distruzione. Una strage di immani dimensioni, come altro la si potrebbe definire? Peccato che allo spettatore, di questa immane tragedia, non giunga il minimo eco, né visivo né sonoro. Piattume e monotonia.

Sonoro: i brani giusti al momento sbagliato. Se c’era della tensione nella pellicola me la sono persa tra uno sbadiglio e un altro.

Mah: ora, voglio dire: la difesa giapponese scarica addosso a Godzilla munizioni e missili di tutti i tipi e i formati, e il gigantesco creaturone non fa una piega. Non batte ciglio, anche perché palpebre non ne ha (e passi per la resistentissima epidermide rocciosa, ma quando un missile gli esplode in faccia e non riporta nemmeno un graffio alle pupille, uno un paio di risate in aggiunta se le fa). Dicevo, non riescono a buttarlo giù attraverso una forza di fuoco spaventosa. Ma ci riescono senza alcuna difficoltà facendogli crollare addosso i palazzi del quartiere Minato, nemmeno fosse una mosca centrata da un giornale. Personalmente, non oso immaginare con cosa abbiano costruito quei palazzi. Edifici che, per inciso, quando Godzilla vi cammina accanto sollevando un polverone alto una decina di metri, non oscillano di una virgola nemmeno a pregarli.

Messaggio: c’è, ma con una regia così brutta passa tutto in secondo piano, messaggio compreso.

 Varie ed eventuali:

– Qual è la vera dimensione di Godzilla? Mistero. Si fa ora grande ora piccolo, a causa delle inquadrature sommarie della sommaria regia di Anno. Diventa mastodontico, ma un attimo dopo te lo ritrovi a passeggiare tra le fronde degli alberi del parco, con la brezza estiva che gli accarezza sinuosa le scaglie rocciose, mentre senza volerlo ti ritrovi sul viso la smorfia di McKayla Maroney ai giochi olimpici di Londra 2012. E via dicendo per la maggior parte del film.

– Il governo e i militari giapponesi hanno occasione di abbattere la creatura quando è ancora in uno stadio non maturo della propria evoluzione, ma rinunciano per salvare la vita di un vecchietto che attraversa un passaggio a livello. Un vecchietto. Sul passaggio a livello. Che poi devono spiegarmi come diavolo hanno fatto a notarlo, il minuscolo matusa, dalla cabina degli elicotteri in volo ad alta quota.

– Ricordate le lunghissime scritte in ideogrammi bianchi che compaiono per tutta la durata della pellicola a elencare le cariche di tutti (tutti) i ministri e annessi di cui sopra? Ebbene: non sono le sole. A far loro compagnia si trovano infatti anche quelle (di poco meno lunghe) che compaiono in sovrimpressione per farci sapere in quale luogo, stanza del palazzo del governo, quartiere di Tokyo o parchetto di periferia i nostri si trovino durante i dialoghi. In pratica, per due ore non si fa altro che leggere scritte in sovrimpressione. Un po’ di dignità, cribbio.

–  Lui (il ministro dell’agricoltura e della pesca!) è un settantenne giapponese che difficilmente ce lo vedi a parlare altra lingua diversa dal giapponese; lei è una gnocca americana di origini giapponesi che parla in maniera impeccabile non solo l’inglese, ma anche il giapponese. Perché fare dunque dialogare i due in inglese? Mistero. Sboronate linguistiche.

–  Se continuo così faccio notte, quindi chiudo qui.

–  Ah, sì! Il modo in cui mettono KO Godzilla vi lascerà perplessi per il resto dei vostri giorni.

Di contro, ecco cosa si salva della pellicola:

–  la locandina, che restituisce una certa dignità a Godzilla al di là di questa patetica prova cinematografica.

–  i primi due minuti di pellicola.

–  la critica mossa alla classe politica. Anno non si risparmia nel far apparire il comparto politico una massa di scimmie scettiche di tutto e tutti, pronte a sminuire ogni avvenimento, anche tragico, pur di non avere tra le mani gatte da pelare. Non credo sia infatti un caso vedere politici e autorità annesse commentare a più riprese l’apparizione di Godzilla con la parola giapponese sōtegai (“inatteso”, “imprevedibile”), lo stesso vocabolo utilizzato da Tepco – gestore dell’impianto nucleare di Fukushima Dai’ichi – all’indomani dello tsunami che ne causò l’emergenza atomica. In Giappone è assai raro vedere delle pellicole ridicolizzare a tal punto la classe politica, soprattutto sul circuito mainstream della distribuzione. In questo il regista ha avuto coraggio.

–  Anno compie poi la scelta inusuale di mettere Ichikawa Mikako (una busu, ovvero una “donna brutta” – così l’ha descritta l’amico con cui sono andato a vedere il film, e così mi prendo la briga di riportare) a rivestire il ruolo della solita cervellona di turno presente nelle animazioni giapponesi, ruolo per cui gli otaku non si aspetterebbero mai una “donna brutta”. Seconda ovazione per Anno, che cerca di scardinare uno stereotipo ben radicato. Tra parentesi, quello interpretato da Ichikawa è anche l’unico personaggio in grado di staccarsi dal piattume bidimensionale della pellicola, arrivando a generare sul web un moto di affetto e fan art. (Faccio solo notare che, a bilanciare la presenza della busu ci pensa Ishihara Satomi, “donna bella” senza la quale gli sponsor difficilmente avrebbero sponsorizzato quanto hanno poi sponsorizzato.)

Anno, con questa pellicola, ha probabilmente cercato di “rivitalizzare” alcune meccaniche dei vecchi film di Godzilla, provando a restituirle in chiave moderna (del resto lo shin presente nel titolo, a seconda dell’ideogramma, può voler significare anche “nuovo”); tuttavia, per quanto l’intento possa essere lodevole, il risultato non è all’altezza delle aspettative.

Vi starete ora chiedendo se il film, in Giappone, è piaciuto. Pare di sì: vuoi perché Godzilla accende sempre e comunque l’animo patriottico, vuoi perché il pubblico di spettatori è abituato a certe pellicole “surrealmente raffazzonate” (a tal proposito, continuo a meravigliarmi di quanto il trash sappia fare trend in questo paese). E così ieri notte, al termine della proiezione, la maggior parte degli spettatori è andata vita commentando omoshiroi (“interessante”). L’amico che mi accompagnava continuava a ripetere entusiasta: ehi, hai visto? Dicono che è stato interessante. Hai visto? Lo dicono! Sarà…poi mi son ricordato che la parola omoshiroi, in Giappone, rappresenta spesso la neutrale via di fuga da ogni commento indelicato che potrebbe offendere la controparte (in questo caso Anno e la sua poco brillante prova cinematografica). Chissà, da bravi giapponesi, magari, cercavano solo di risparmiare commenti troppo eccessivi.

Resta il fatto che questo Shin-Gojira è di gran lunga lontano dall’essere quel “capolavoro insuperabile” prontamente acclamato in patria da alcune riviste del settore. Aspetterò la “prova mercato estero” per sapere se avrò avuto torto o ragione. Nel mentre, stasera mi godrò nuovamente il primo, vecchio, caro, insuperabile Godzilla.

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Nico Parente

Autore: Nico Parente

Pubblicato il 22 ago 2016 alle 3:34 pm

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