Gravity

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Noi scrittori-sceneggiatori siamo veramente antipatici di fronte ad un trailer. La mia reazione iniziale alla vista del teaser trailer di Gravity, di Alfonso Cuaròn: vedere Clooney e la Bullock in mezzo all’infinita volta intergalattica mi era parso sì ansiogeno e spettacolare, ma poi il “Chissà che mattone dev’essere”, ammetto, m’era scappato.
Un sabato, per ovviare al tempaccio malefico, ho deciso, poi, di andare a vederlo, questo fantomatico Gravity. Dopo i primi cinque minuti di proiezione, la mia idea iniziale ha subìto un brusco ribaltone. Cuaròn, in barba al blockbuster senza vergogna Harry Potter E Il Prigioniero Di Azkaban, girato in precedenza, ci confeziona un ottimo film catastrofico ambientato nel pericoloso quanto affascinante mondo dell’astronautica. Sì, ho detto “catastrofico”, perché Gravity non è assolutamente un film di fantascienza, pur trattando di satelliti, navicelle, galassie ed astronauti. Non ci sono mostri, mutanti, alieni o battaglie planetarie, ma solo errori umani in situazioni limite e mortalmente rischiose. Si tratta del film più illuminista degli ultimi vent’anni. Fatalismo, scienza e tecnica. Prendete il film Airport 75 (1974), sostituite il Boeing con satelliti ed explorer spaziali ed avrete Gravity. Prendete Valanga (1978), sostituite le candide e pericolose mega balle di neve con detriti spaziali ed avrete sempre Gravity. Questa analogia non vuole sminuire l’opera di Cuaròn, ma, al contrario, ne vuole estrarre il nocciolo presente nel messaggio dato dall’autore e cioè che lo spazio non perdona, è peggio del mare e l’uomo può esserne inghiottito con le proprie forze, così come accadrebbe per un incidente navale o aereo o automobilistico oppure ancora per un incendio di un intero plesso, come ne L’Inferno di Cristallo (1974).
Di “Space Movies”, negli ultimi vent’anni, ne hanno sfornati parecchi. Penso a Brian De Palma con Mission To Mars (2000) e a Michael Bay con Armageddon (1998), due film che, però, avevano un che di fantascientifico (De Palma) e distopico (Bay). Gravity no! Cuaròn, come fece Margheriti nel 1966 con Il Pianeta Errante mette in scena questa sequela di “incidenti sul lavoro” e imprevisti assortiti durante una missione spaziale in cui si gravita intorno alla Terra.
Uso massiccio della computer grafica (e altrimenti non poteva essere) che enfatizza ulteriormente lo stato di vuoto e claustrofobia, la quale, paradossalmente si avvinghia agli sventurati Clooney e Bullock in uno spazio…aperto. Molto realistiche anche le rappresentazioni dei membri d’equipaggio rimasti uccisi dall’avaria causata dai frammenti satellitari russi. Quei cadaveri ibernati, rigidi e alcuni con il volto frantumato come fosse porcellana fanno da contorno ad una situazione apparentemente senza speranza.
Il buon amico Alfye, però, non ci propina la solita zuppa suggestiva, perfetta e ultra tragica. Gravity ha anche momenti di sorprendente ironia, soprattutto all’inizio. Kowalsky (l’astronauta interpretato da George Clooney) spara più battute di Peter Parker nei numeri di Spiderman.
Il film dura 90 minuti e, sempre a causa della deformazione professionale da scrittore, ero convinto che, per spezzare la monotonia dell’ambientazione spaziale, Cuaròn ci avrebbe mostrato, ad intrecci alternati, pezzi di vita della dott.ssa Stone (Sandra Bullock, appunto) e di Kowalsky. Invece no, è un bel viaggetto di un’ora e mezza nell’immensità dello spazio profondo e fra dialoghi, azione, fotografia ed immagini suggestive. Non annoia assolutamente. Bravo Cuaròn.

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Francesco Pasanisi

Autore: Francesco Pasanisi

Pubblicato il 7 ott 2013 alle 2:06 am

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