HALLOWEEN DI ROB ZOMBIE

HALLOWEEN DI ROB ZOMBIE

“Più agghiacciante di qualsiasi film dell’orrore girato ad Hollywood”, è così che sentiamo definire il delitto Myers da parte di un giornalista che è fuori dalla casa degli orrori mentre vediamo portare fuori le prime vittime della furia omicida di Michael. Ed è proprio su questa frase che potremmo ipotizzare la scommessa su cui si innesta il senso dell’operazione di Rob Zombie. Scommessa vinta, perché se il remake del capolavoro di Carpenter rimane un’eccezione rispetto alla massa più o meno indistinta di rifacimenti e prequel vari dei classici del new horror che negli ultimi anni hanno invaso il mercato dell’home video, ciò è dovuto alla capacità del regista di ragionare sul contesto in cui ha deciso di far avvenire la rinascita di Michael Myers. E il contesto in questione è l’America post 11 settembre, quella in cui le tv e la rete reiterano la messa in scena di violenze reali che spostano più in là l’asticella della sensibilità del pubblico nei confronti dell’orrore.
A questo punto il termine di paragone che sentiamo esprime immediatamente dopo che il piccolo Michael ha fatto strage della sua famiglia, pone le intenzioni del film di Zombie in alternativa, non in contrasto, con quello che il cinema new horror aveva fino ad ora prodotto.

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La violenza che Halloween: The Beginning racconta è “più agghiacciante” perché traduce una realtà fatta di, sopraffazione, spersonalizzazione, di impotenza, in cui non hanno più posto i miti fondativi soprannaturali che si richiamano al mito celtico dei primi capitoli della saga. Tanto meno hanno più senso le riflessioni sul linguaggio del cinema horror che si stavano ipotizzando in film come Scream o in Nightmares 7 di Wes Craven e che erano approdate in Halloween: La resurrezione, di Rosenthal.
Non è un caso che il primo delitto di Michael è perpetuato nei confronti di un suo compagno di scuola, dopo che quest’ultimo gli aveva insultato la madre spogliarellista. L’inizio dei fatti di sangue del giovane Myers prende consistenza così da un contesto drammaticamente reale, ovvero quello della violenza e degli omicidi nella scuole pubbliche americane che continuamente inondano di sangue le cronache degli States.
La furia omicida trova ragioni sociali e culturali ben identificabili e con la quale lo spettatore è chiamato a misurarsi, perché non gli sono estranei, sono la quotidianità della società occidentale. Elementi non nuovi certamente alla tradizione del new horror, si pensi a L’ultima casa a sinistra, di Craven o a Non aprite quella porta di Hooper, ma questa volta sono più insistite. La violenza verbale quasi parossistica cui è costretto a subire Michael disegnano un contesto dal quale è difficile astrarsi e se di certo non bastano da sole a spiegare la nascita del “mostro”, sono l’humus dal quale prende forma la sagoma inarrestabile dell’assassino seriale, che qui diventa sintesi di tutta la storia degli orrori USA: il delitto di Michael è definito in stile Manson e nel secondo film qualcuno tirerà in ballo paragoni con Ted Bundy e Jeffrey Dahmer. Tutto ciò fa sì che la pozione di Zombie sia differente (ma non distante) da quella di Carpenter. Il regista filma lo stesso dramma di Haddonfield e di Laurie Strode, ma da un’angolazione diversa, in cui c’è spazio anche per i ragionamenti psicanalitici, che si ampliano nel secondo film, con i riferimenti a Freud, oltre che per un certo simbolismo che rendono l’operazione complessiva di Zombie più personale e che anticipano in un certo senso certe riflessioni simboliche de Le streghe di Salem, sempre affidate al corpo di Sheri Moon.

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In Halloween: the Beginning la macchina da presa sembra prediligere nella prima parte le atmosfere soffocanti di interni ristretti, della casa dei Myers prima e delle stanze e i corridoi del manicomio poi, come a voler sottolineare l’oppressione da cui la furia sovversiva del killer nasce ed esplode portando a quel percorso di vestizione che va dal volto scoperto del giovane Michael, passando per le maschere di cartone fino alla maschera bianca e alla tuta che plasmano finalmente il mito, che continuerà a introdursi con la sua figura imponete e silenziosa fra le dimore per devastare i nuclei famigliari della borghesia americana. Un percorso diverso a quello di Halloween II in cui Michael percorre gli spazi aperti delle campagne guidato dal fantasma della madre in cerca della sorella e in cui l’elemento iconico del babau viene gradualmente disfacendosi. Michael si aggira come un barbone, al posto della tuta ha degli abiti sdruciti e la sua maschera assume sempre meno importanza: la indossa solo durante i delitti, è strappata e nell’epilogo sparirà del tutto, mostrando al pubblico il compimento di un processo di metamorfosi in cui se il bambino diviene mostro nel primo film, il mostro diviene uomo e in esso termina (?) la sua esistenza nel secondo.

Edoardo Trevisani

 

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Autore: Edoardo Trevisani

Pubblicato il 29 ott 2014 alle 5:06 pm

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