HALLOWEEN – parte I

HALLOWEEN – parte I

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Uno sguardo vuoto, un volto celato da una semplice maschera bianca che non trapela alcuna emozione, nulla, e un lungo coltello col quale colpire a morte i poveri malcapitati. Questa breve, ma concisa descrizione traccia un identikit perfetto per descrivere una delle icone dell’horror mondiale: Michael Myers. Nel lontano 1978, il regista John Carpenter realizza il primo (di una lunga serie) capitolo di una tra le più famose saghe del brivido, Halloween – La notte delle streghe. L’assassino mascherato è divenuto ormai un classico all’interno del panorama horror (Jason, Freddy, Pinhead, Leatherface e potremmo citarne centinaia ancora), ma quello di Myers è un caso a parte. Se lo descrivessimo come una figura robusta, alto, dotato di una forza brutale e privo di qualsiasi sentimento sembrerebbe poi non discostarsi tanto dai vecchi soliti stereotipi, ma quello del protagonista di Halloween è un fenomeno senza precedenti, senza eguali e rivali. Michael Myers ci viene presentato, nel primo capitolo, come un pazzo rinchiuso in un manicomio, dal quale poi fugge per seminare morte e terrore nella lunga notte delle streghe. Di lui sappiamo poco o nulla: è dotato di un istinto feroce e assassino sin dai primi anni di vita, è stato rinchiuso in un manicomio e dopo tantissimi anni fugge per riversarsi tra quelle stradine di provincia americane, dove vi è anche la sua casa. La sua vecchia dimora è tenebrosa, fatiscente e, come da uso e costume, nella cittadina gira voce che sia infestata dai fantasmi. Cosa sia realmente Myers, non si sa. Figura mortale o immortale? Entità diabolica o umano dotato di poteri straordinari? Sin dal primo capitolo il suo legame con la famiglia è uno dei fili conduttori dell’intera trama. Myers, contrariamente a tanti altri suoi “colleghi”, non parla, non si esprime se non attraverso gesta sanguinarie. Il motivo della sua furia non è ben chiaro, ma ciò che più ci rende partecipi e complici della sua follia è proprio quest’alone di mistero, poi via via andato a scemare nei vari sequel. A motivare il fascino di questa incarnazione inarrestabile del Male è la sua polivalenza simbolica. La scia di sangue della creatura è decifrabile in chiave sessuale. Myers uccide le babysitter che invece di prendersi cura dei bambini loro affidati se la spassano con i loro fidanzatini e il motivo per il quale l’unica a salvarsi nel primo film di Carpenter è la vergine Laurie è proprio perché Myers incarna il disagio della ragazza a misurarsi col mondo del sesso vissuto in maniera estroversa e incosciente da parte delle sue amiche. Ma Myers incarna anche l’elemento punitivo di una società quella borghese americana attraversata dalla rivoluzione sessuale. Simbolo ambiguo di Male come ambiguamente borghese è la stessa rivoluzione sessuale, motivo per il quale Myers nei sequel non fa altro che colpire e distruggere i nuclei famigliari. Ma sin dalla prima scena della saga, Carpenter ci avverte che Myers è la nostra coscienza, la sua nevrosi e la nevrosi del pubblico coincidono e lo fa tramite la soggettiva in piano sequenza del delitto del piccolo Michael. La valenza sessuale resterà costante nei sequel, né scomparirà nel ramake di Rob Zombie. Dietro la macchina da presa però, il cantante metal, aggiungerà una nuova motivazione sociologica alla fondazione della follia di Michael, ovvero la povertà, la miseria morale, la violenza di una società, quella americana del 2000 che il piccolo Myers è costretto a subire. Ad avvalorare la carica simbolica di Myers come forza inarrestabile e insopprimibile del Male, a giustificare le sue continue resurrezioni, c’è poi la data del suo costante ritorno ad Haddonfield, cioè la notte del 31 ottobre. Halloween non è altro che la laicizzazione dell’antico rito celtico di Saimahn. Il delitto come valore rituale, il sangue come rigenerazione del maligno, attribuiscono caratteristiche soprannaturali al serial killer, facendo discendere le sue origini mitiche al buio di epoche remote e alle radici indistricabili dell’uomo e della violenza.La saga di Halloween, fra gli alti e i bassi, è racchiusa (al meno per il momento) da due grandi nomi del cinema: Carpenter, l’iniziatore, che nel suo film gira con l’eleganza tipica del cinema classico, la tensione hitchcockiana e Rob Zombie, con la sua atmosfera di realismo urbano, la violenza sottolineata dalle macchina da presa a spalla. Entrambi i registi girano secondo le esigenze della loro epoca, e proprio la dipendenza della descrizione della realtà in cui agisce Myers a rendere la saga una delle più longeve del panorama horror, oltre che una delle più affascinanti.

Edoardo Trevisani

Nico Parente

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Nico Parente

Autore: Nico Parente

Pubblicato il 13 ott 2013 alle 12:05 pm

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