Handful of Hate – L’intervista

Handful of Hate – L’intervista

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E’la band portavoce del black metal italiano in Europa. In occasione dell’uscita del loro nuovo devastante album “To perdition”, il carismatico leader toscano Nicola Bianchi si è aperto ai nostri microfoni…

- Ciao Nicola, da dove nacque l’idea di formare gli Handful of Hate?

Dal 1991 cercavo di fondar una band che non fosse la classica cover band dei Metallica , in quel periodo a Lucca suonavano sempre e solo quelli! Provai con i Dust Of Darkness, ma la cosa morì dopo poco per vari motivi. La ritentai nel 1993, una volta trovata una formazione plausibile, e l’idea era quella di partire dalla volontà di suonare musica estrema mixando sia i primordi del Black sia quelli del Death Metal.

- Quali sono le vostre maggiori influenze musicali? 

Quando cominciai ascoltavo band quali: Bathory, Morbid Angel, Slayer, Venom, Sarcofago, Blasphemy e poco dopo scoprii i Marduk, gli Immortal, i Dark Throne. Una band che mi piaceva molto erano i Sepultura, tutte le prime cose “Arise” compreso. Molte altre band hanno coinvolto il mio attaccamento ai generi estremi, ma queste sono state le maggiori.

- In oltre 20 anni di attività com’ è cambiata una scena controversa come quella black metal? 

Quando cominciai non c’era ancora il trend della Norvegia, dalla quale ho subìto ben poco fascino e interesse, c’era un mix black/death e da lì a poco il boom. Come ogni trend dopo qualche anno la cosa si è notevolmente sgonfiata, quasi spenta e, durante i primi anni del XXI secolo, è tornata fuori ridimensionata.

- Quanto è difficile fare black metal in Italia? 

E’ quasi impossibile emergere. A suonarlo sono buoni in molti (troppi) ma, suonarlo bene e a livello almeno Europeo, è durissima.

- Cosa pensi della scena black sia italiana che internazionale?

Io non penso esista una scena italiana, tranne alcune band che da anni calcano la scena, non siamo mai riusciti, dagli anni 90 ad oggi, a creare un supporto di background costante e persistente che si facesse notare internazionalmente. Esistono 3-4 band storiche e poi qualche stella che nasce e muore nell’arco di poco tempo. Non penso si possa parlare di scena. Esistono altresì 3-4 band che si sono imposte internazionalmente (e ne sono felice) ma fanno altri generi.

- Credi che sia opportuno oggi l’uso del facepainting nei live e tenere un profilo fedele al black originale piuttosto che sinfonizzarsi o aprirsi a melodie che denaturalizzano l’essenza stessa del black, ma che tanto piacciono al mercato moderno?

Io penso che ognuno possa fare quello che più sente. Se la tua musica si completa col corpse paint è giusto usarlo. Se vuoi sviluppare delle melodie che arricchiscano il tuo sound è giusto farlo. Io guardo al risultato finale. Più volte ci siamo chiesti se continuare col corpse paint o smettere, il risultato è stato un continuo evolvere dello stesso, non solo di album in album, ma di concerto in concerto. Guardo la musica e quello che mi trasmette come persona, non mi fermo alla sola forma estetica.

- Parliamo di “To perdition”, come nasce quest’album? 

Il lavoro comincia due anni fa con le frames delle prime songs e poi procede a suon di pre-produzioni, prove e moltissimo tempo dedicato agli arrangiamenti. Volevamo fare il Disco e così è stato. Alla fine penso che sia un egregio lavoro, ogni song ha avuto un lungo periodo di maturazione e per questo reputo tutti i pezzi del disco validi e nessuno di “riempimento”. Anche per tutto l’artwork abbiamo preso il nostro tempo e ci siamo concentrati su immagini inerenti alla tortura. Ho potuto lavorare bene con Deimos (chitarra) sia nelle registrazioni sia nella composizione delle songs integrandoci alla perfezione e dando, secondo me, quello spunto di varietà che allontana una certa staticità e monotonia. Non siamo una band da un disco l’anno, ci piace prendercela comoda e avere i nostri tempi. Non vivendo di musica, nessuno ci pressa e accettiamo solo contratti che ci danno la libertà di poter lavorare come preferiamo.

- Cosa differenzia “To perdition” dal suo predecessore “You will bleed” e dagli altri album? 

“You Will Bleed” è stato una parentesi nella nostra discografia. Un disco solo ed esclusivamente ispirato al passato sia nella musica, più lenta con molti stacchi e “slow” songs, sia nella grafica. Abbiamo cercato di rendere omaggio a vecchie band quali Bathory e a quei meravigliosi vinili e cd che uscivano su Black Mark. Quindi, è stato un capitolo volutamente in bianco e nero che da tempo mi ero prefissato di fare. “To Perdition” semplicemente è il proseguo del nostro stile, riprendendo gli album “ViceCrown”, prima, e “Gruesome Splendour”, dopo, abbiamo portato avanti il discorso. Secondo me, migliorandoci ancora e compiendo più di un passo avanti.

-Quali sono i progetti futuri della band in vista anche della promozione del nuovo album? 

Suonare live, anche se non è più semplice come qualche anno fa. Essendo sparsi per mezza Italia (i vari musicisti della band) si sono alzati notevolmente i costi di trasferta ed è difficile trovare locali e promoters che coprano adeguatamente le spese di viaggio. Comunque noi siamo disponibili a valutare qualsiasi proposta.

- Ti ringrazio e ti chiedo di chiudere quest’intervista con un tuo pensiero

Ringrazio le persone che vengono a vederci live e coloro che comprano i cd originali, supportando realmente la band. Abbraccio tutti coloro che da anni ci seguono, ci vediamo dal vivo! Grazie per l’intervista.

Intervista a cura di Marco Furia

Nicola

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Nico Parente

Autore: Nico Parente

Pubblicato il 5 dic 2013 alle 12:44 pm

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