IL DIAVOLO SUL GRANDE SCHERMO- Il Demonio di Rondi

IL DIAVOLO SUL GRANDE SCHERMO- Il Demonio di Rondi

 

images

Esistono dei film che segnano il punto di non ritorno in un genere. Se il genere in questione è l’horror, allora basta pensare a La notte dei morti viventi, di Romero, o a Profondo Rosso di Dario Argento, due film che segnarono una svolta epocale nel panorama orrorifico.

Ma nell’immaginario collettivo un film che segnò un solco profondo è sicuramente L’Esorcista, di Friedkin. Da quel 1973 in poi il cinema dell’orrore non fu più lo stesso. Cambiò radicalmente il concetto di paura, e il linguaggio con il quale lo si racconta.

Ma se L’Esorcista è storia, esiste, ovviamente una preistoria, alla quale sicuramente appartengono Tourneur e il suo La notte del demonio, e Roman Polansky con Rosemary’s Baby. Ma interessante sarebbe scoprire che le radici dell’Esorcista sono anche in Italia, grazie ad un film, Il Demonio, di Brunello Rondi, del 1963.

La storia è quella una donna, Purif, che, “impazzita” per amore, fa una fattura ad Antonio, l’uomo che ama ma che sposa un’altra. Purif, abbreviazione di Purificata, e il nome basta già a immergerci in atmosfera dominato dal sincretismo fra cristianesimo e superstizione popolare, è considerata da tutti una strega e viene sottoposta a diversi esorcismi, viene accusata di ogni evento negativo che si abbatte nel suo villaggio, finché, accusata aver portato il maltempo, viene perseguitata e infine uccisa.

Ambientato in un meridione (il film è girato a Matera) divorato dal sole e dalla superstizione, questo film doveva averlo visto anche Fulci per ispirare il suo Non si sevizia un paperino, con una Florinda Bolkan strega e reietta che fugge fra i dirupi desolati e si divincola dagli sguardi carichi di disprezzo dei compaesani, che ricorda non poco la magnetica israeliana Daliah Lavi.

Il film, girato tutto in maniera documentaristica, riassumendo anche le lezioni del neorealismo, introduce la riflessione sul Demonio della cultura rurale. Un Demonio che è frutto della diffidenza verso il diverso, ma anche ramificazione malata, ma immancabile, di una religione dualistica, che non può fare a meno del male e della sua personificazione, il Demonio appunto, perché possa sostanziare il bene verso il quale è dovere anelare.

Il villaggio è un luogo lercio di malefatte. Purif viene per due volte violentata, una volta da una sorta di “stregone” che dovrebbe esorcizzarla. E nella scena in cui i penitenti portano un masso simbolo del loro peccato su un’altura dove poi la depositeranno in una sorta di confessione pubblica, ad essere urlati, saranno peccati orribili. Tra questi penitenti c’è anche Purif, che confessa urlando, di aver parlato con il Demonio. Ma allo spettatore sorge il dubbio che questa confessione sia frutto solo di una devianza, una sorta di isteria, che si mischia a quell’atavico senso di colpa che le religioni monoteiste di derivazione ebraica hanno fra i caratteri fondativi.

Più che un film di genere, è un trattato sul Diavolo nel meridione contadino, eppure questa riflessione sul male, sul suo principe oscuro e sul contesto del cattolicesimo, doveva essere ben presente nella mente di Friedkin che addirittura dal film di Rondi prenderà la scena più iconica e inquietante, quella della camminata a ragno.

Ma nella memoria dello spettatore restano impresse anche altre scene, come quella del fantasma del bambino in riva al fiume che parla con Purif, che ha il fascino letterario di una novella di Ambose Bierce.

 

Edoardo Trevisani

IL DEMONIO 000 piccola

Potrebbero interessarti anche...

Autore: Edoardo Trevisani

Pubblicato il 21 nov 2013 alle 6:12 pm

Lascia un commento su "IL DIAVOLO SUL GRANDE SCHERMO- Il Demonio di Rondi"