IL DIAVOLO SUL GRANDE SCHERMO – Le Streghe di Salem

IL DIAVOLO SUL GRANDE SCHERMO – Le Streghe di Salem

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Rob Zombie è un artista che ha sempre diviso pubblico e critica. Quella di mettere fuori gioco (e dalle sale) a calci nel sedere chi non ama in maniera viscerale, violenta – morbosa, anche – il cinema horror, è una vocazione alla quale non è venuto meno neanche con Le streghe di Salem. Anzi, con il suo ultimo lavoro si è voluto spingere oltre, spiazzando un po’ tutti, anche chi ha apprezzato i suoi film precedenti. Un’operazione che gli è costata più critiche del dovuto, eppure con Le Streghe di Salem Rob ha realizzato il suo film più personale, mettendo da parte le grandi produzioni di Halloween, ponendo in secondo piano il citazionismo divertito e le creature discendenti del classico gore che riempivano le sue inquadrature e consegnando il racconto filmico nelle mani della moglie Sheri Moon.

E’ evidente che in qualche modo il film prende le mosse da Rosemary’s Baby di Roman Polanski (questa volta qualcosa di più un cult dell’orrore), con quei corridoi silenziosi dietro le cui mura strisciano i fantasmi della bizzarria, del disorientamento, dell’incomunicabilità, della perdizione. Ma il rapporto che si instaura con il capolavoro di Polanski è dialogico e non di semplice e pura derivazione o di imitazione.

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Siamo a Salem, nel Massachussets, la cittadina americana famosa per i roghi delle streghe del XVII secolo. Heidi è una dj che un giorno riceve un misterioso disco di una band chiamata I Signori. La traccia incisa su questo disco, una volta trasmessa in radio, produce uno strano effetto sulle donne di Salem, ma soprattutto su Heidi che perde sempre più i contatti con la realtà. Intanto la padrona di casa di Heidi si rivela una strega che insieme a due complici mette in contatto la ragazza con una forza sconosciuta, che sembra provenire da una delle streghe arse sul rogo 300 anni prima.

Come spesso avviene nel cinema americano, il terrore nasce da un “peccato originale”. Così l’America in cui ci troviamo, quella delle streghe e delle persecuzioni dei padri pellegrini, è la culla di un male frutto del peccato e del crimine, come in The Fog di John Carpenter, dal quale il film di Zombie eredita qualche elemento.

Non c’è salvezza nel cinema di Rob Zombie, e in più, in questo caso il regista muove un’accusa alla società: quella di inconsapevole complicità. Nel rituale che porta alla nascita dell’anticristo, Zombie ci offre un sacrifico di massa: una montagna di cadaveri femminili sulla cui cima domina la protagonista, una Madonna demoniaca madre del mondo occidentale, sintesi di una storia americana che va dalla famiglia Manson al suicidio di massa di Jonestown. E forse in questo tributo di sangue scorgiamo anche quello che l’America versa ogni anno in campagne belliche in onore della redenzione di una società e di una nazione nata dal sangue e dalla violenza. Del resto l’estetica di Rob Zombie è più saldamente legata alla realtà di quanto possa sembrare, basti pensare al taglio violento e iperrealista, alla fotografia sporca, dei suoi Halloween, frutti ineluttabili dell’America post 11 settembre.

Le streghe di Salem è una riflessione sulla natura delle immagini, fu lo stesso regista a dichiararlo, in cui l’orrore cede il posto (ma non sparisce, ovviamente) ad un ricerca estetica sul male, sul diavolo, tramutandosi in un atto di violenza nei confronti della religione condotto con le medesime armi, a partire dall’iconografia. Sheri Moon diviene una madonna satanica, e la chiesa che a lei è devota è fatta di preti demoniaci e sacerdoti vestiti di nero. Satana non è un seducente principe delle tenebre, ma una creatura orribile e ripugnante, quasi ridicola nella sua deformità.

La corporeità del Male che Roman Polanski si era limitato a tenere fuori campo, in Zombie viene palesata con l’ausilio di un fotografia acida e da una solennità irriverente che si serve anche del Lacrimosa di Mozart. E così siamo pronti ad accettare la nascita di un viscido, tentacolato Anticristo che è la concezione (blasfemamente immacolata) di un orrore più lovecraftiano che gotico e che porta con sé tutta la blasfema redenzione della corruzione di una società di cui Heidi è madre e figlia. Siamo di fronte all’orrore del nuovo millennio, in cui ai filtri magici si sostituisce la tossicodipendenza, e alle leggende dell’antica Europa si sostituisce la follia (“la stregoneria è un fatto psicotico”, dice uno dei personaggi).

Il diavolo che ci consegna Rob Zombie è il contrario di quello che l’immaginario plasmato dal marketing che siamo abituati a considerare, ecco spiegata la vena (auto)ironica nei confronti della musica metal che dell’immaginario orrorifico e satanico si è nutrito. Il regista fa fare ai cantanti metal satanici che compaio nel suo film, una pessima figura, quasi ad avvertirci che il Diavolo è una questione troppo importane (e troppo orribile) per poterci fare delle canzoni sopra. E che nell’era della violenza e delle perdita d’identità, prendere il Male per un gioco, è il primo modo per rendesi vulnerabili.

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Edoardo Trevisani

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Autore: Edoardo Trevisani

Pubblicato il 7 gen 2014 alle 6:53 pm

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