IL MAGICO CINEMA DI MARIO BAVA

IL MAGICO CINEMA DI MARIO BAVA

 Mario_Bava

Autore più popolare all’estero che in patria, Mario Bava fu uno dei registi italiani più importanti del cinema degli anni Sessanta e Settanta. L’omaggio dedicatogli da Davide Di Giorgio e Massimo Causo, in occasione della XV edizione del Festival del Cinema Europeo di Lecce, è stato un momento essenziale per poter riscoprire il suo cinema e poter ragionare sulla sua poetica.

Mario Bava iniziò la sua carriera come operatore e direttore della fotografia e la sua bravura lo portò ad essere apprezzato da registi come Monicelli, Comencini e Steno. Le sue competenze tecniche coniugate ad una grande creatività e a una spiccata inclinazione artistica lo portarono a diventare un ingegnoso creatore di effetti speciali, confezionati con materiali modesti, ma ancora oggi di un’efficacia sorprendente.

Fra i primi tentativi audaci e riusciti ci sono quelli dei film di Freda (nei quali Bava curava la fotografia e collaborava occasionalmente alla regia) vale a dire lo stupefacente invecchiamento del volto di Gianna Maria Canale in Vampiri, che Bava ottenne con un semplice ma efficace giochi di luci colorate, e l’inarrestabile blob di Kaltiki il mostro immortale, ottenuto con della semplicissima trippa.

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Fu proprio Riccardo Freda, fra i nomi più importanti del cinema horror italiano, a spingere Bava alla regia. E il primo film di Bava, La maschera del demonio, in cui cura anche una fotografia in bianco e nero suggestiva oltre che i sorprendenti effetti speciali, è un film manifesto del gotico italiano, intelligente e ambiguo, che sa già viaggiare sulla sottile linea fra il gotico e l’horror. Un aspetto fondamentale, questo, perché testimonia sin da subito che Bava sapeva ragionare in maniera innovativa riguardo l’estetica del film. Caratteristica che non giocò sempre in suo favore, dato che alle volte le sue idee risultarono troppo “forti” per i gusti dell’epoca, tanto che alcuni suoi lavori incapparono in problemi di produzione e distribuzione, come accadde per Lisa e il diavolo e Cani arrabbiati. 

La modernità dei suoi film è tale che alcuni dei suoi titoli fondarono dei nuovi generi cinematografici. La ragazza che sapeva troppo e Sei donne per l’assassino detteranno le regole per il giallo argentiano e per tutto quello che da esso deriverà, l’incursione nella fantascienza è rapida quanto rivoluzionaria, tanto che il suo Terrore nello spazio ispirò il celebre Alien di Ridley Scott, Reazione a catena, non solo diede vita allo slasher movie, ma venne quasi imitato da Cunningham in Venerdì 13, per non parlare poi di Cani arrabbiati, che seppur uscito con qualche decennio di ritardo, aveva già anticipato il genere pulp.

L’eleganza dei suoi movimenti di camera che indagano l’ambiente e danno consistenza all’atmosfera, l’uso suggestivo di una fotografia che si serve di colori espressionistici che sanno entrare in contatto con l’animo dello spettatore, ma anche una sottile linea d’ironia all’interno di un panorama in cui si addensano incubo, spettralità e sadismo, fanno di Bava un regista la cui potenza affabulatoria può all’occorrenza prescindere dalla narrazione e può lasciare un profondo solco nell’immaginario dello spettatore. In sostanza, la creatività di Mario Bava è stata un ordigno le cui schegge hanno colpito, e tutt’altro che di striscio, la fantasia di tanti registi, come Joe Dante, Tim Burton, John Carpenter, John Landis, Martin Scorsese, Quentin Tarantino,Roman Polanski e anche quel Federico Fellini che “rubò” la bambina con la palla di Operazione Paura per il suo episodio Toby Dammit.

Ma oltre al talento e alla capacità di creare grandi opere con i modesti mezzi messi a disposizione dai budget, in Bava suona ricorrente e affascinate il tono leggero che si nasconde dietro il narrare gli incubi e la violenza. Quasi un prendersi gioco delle regole, con quello sguardo tra il malinconico e il beffardo che è un po’ anche il tono con il quale osava descrivere la sua opera, che definiva senza mezzi termini “merda”. E i finali di Bava sono intonati con questa nota beffarda e giocosa, anche se non necessariamente priva di violenza. E’ il caso di citare il finale spiazzante di Cani arrabbiati o quello incredibilmente ironico pur nel suo brutale pessimismo di Reazione a catena. E poi c’è il finale forse più affascinante del nostro cinema fantastico, di certo fra i più poetici, quel: “Sognatemi, diventeremo amici”, che un barbuto Boris Karloff a cavallo dice mentre la cinepresa svela i trucchi artigianali del set. E’ un finale che rivela la vera natura del cinema di Bava, un cinema fatto di espedienti sorprendentemente efficaci, come le due rocce che spostate da una parte all’altra del set ricreano un pianeta in Terrore nello spazio, o la polenta bollente illuminata da una luce rossa che diventa magma in Ercole al centro della terra, ovvero un cinema che, fedele all’insegnamento di Melies, si fonda sul gioco di prestigio, sulle illusioni che generano stupore e meraviglia e danno forma a quella parte essenziale della nostra vita, il sogno.

Edoardo Trevisani

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Autore: Edoardo Trevisani

Pubblicato il 13 mag 2014 alle 6:36 pm

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