‘INSIDIOUS 3 – L’inizio’ – la recensione

‘INSIDIOUS 3 – L’inizio’ – la recensione

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Scritto e diretto dal bravissimo Leigh Whannell, stavolta passato in cabina di regia al posto dell’amico e collega James Wan, Insidious 3 si presenta come il prequel dei due bei capitoli della saga dedicata all’Altrove e alle case infestate. Whannell è uno dei nomi rivelazione, assieme a Wan, del new horror: egli è infatti ideatore e sceneggiatore delle saghe Saw e Insidious. Sinora il nostro non ha sbagliato un colpo, coadiuvato dall’amico di origini malesi, e proprio questo sembrerebbe forse averlo spinto verso il primo passo falso: Insidious 3 – L’inizio. Il balzo temporale ci riporta solo a ‘qualche anno prima’ rispetto al caso che ha visto protagonista la famiglia Lambert. Stavolta ad essere perseguitata da un’entità demoniaca è Quinn (Stefanie Scott), una bellissima teenager che soffre tantissimo per la morte della madre e vive un rapporto conflittuale con il padre Sean (Dermot Mulroney). Il suo tentativo di mettersi in contatto con la defunta madre, ha richiamato l’attenzione di uno spirito malvagio (l’uomo con il respiratore) che vuole far sua la ragazza. Rimasta vittima di un grave incidente stradale, Quinn inizia ad assistere a inquietanti fenomeni sovrannaturali. Verrà soccorsa e messa in salvo da una sensitiva, Elise (Lin Shaye), anche lei profondamente disperata per la scomparsa del marito e decisa a combattere l’oscurità con le sue doti. In aiuto della sensitiva giungeranno due cialtroni, Specs (Leigh Whannell) e Tucker (Angus Sampson), che improvvisatisi ghostbusters si ritroveranno per la prima volta al cospetto di forze potentissime e malvagie.

Le ambientazioni, la scenografia, la fotografia di Brian Pearson e le location utilizzate risultano prettamente di stampo vintage, certamente più adatto a una pellicola quale Annabelle, spin-off de L’Evocazione, quest’ultimo diretto proprio da Wan.   Non ci viene infatti fornita una precisa indicazione temporale e, se non fosse per gli smartphone utilizzati dai giovani protagonisti, potremmo seriamente pensare di ritrovarci nei Settanta. Accantonata del tutto la famiglia Lambert, Whannell si sposta su un nuovo caso, più utile in realtà a spiegare le origini del trio Elise, Specs e Tucker e a farci ripercorrere il passato della sensitiva che non a fornirci maggiori dettagli o informazioni sull’Altrove. Le musiche sono sempre di Bishara, fedele compositore dell’accoppiata Whannell – Wan, quest’ultimo presente in un simpatico cammeo. Prodotto dalla Blumhouse, Insidious 3 è un film molto diverso dagli altri 2 capitoli. Dietro la macchina da presa si nota la differenza rispetto all’occhio di Wan, qui nelle vesti di produttore, e la trama si sviluppa tra continui rimandi alle precedenti opere o ad affini e derivati. Il richiamo a Saw, ad esempio, è palpabile nella causa del decesso della madre di Quinn: un cancro. Proprio come l’enigmista. Non solo. Il cane di Elise si chiama Warren, come la famosa coppia di medium di The Conjuring, e inoltre la sensitiva è una vedova. Chiaramente, gli omaggi ai due precedenti capitoli della saga non potevano mancare, ma Whannell si allontana dalle scelte stilistiche di Wan per lasciare ampio spazio ai piani sequenza, alle carrellate e alla soggettiva. L’Altrove sembrerebbe essere un tributo al nostro Suspiria: i percorsi labirintici, il respiro dell’uomo, la scelta delle luci e la cura della fotografia offrono l’opportunità per paragonare il film di Whannell, seppur con le dovute divergenze, al capolavoro di Argento. E’ poi presente, come anche negli altri due capitoli, la fase onirica. Il demone ricorda più la malvagia figura presente in Annabelle di Leonetti, ma soprattutto il finale sembra essere un set di Fulci, con una specie di Freudstein intento in un corpo a corpo (davvero pessimo) con Elise. Non mancano poi tributi a King, nello specifico a 1408, e persino all’esorcistico The Possession: il dettaglio che ci lascia intravedere nella cavità orale della posseduta Quinn un occhio scrutare i malcapitati Specs, Tucker e Sean, risulta essere un vero e proprio omaggio a una delle sequenze più riuscite del film di Bornedal. Davvero di scarso rilievo i dialoghi, in alcuni tratti banali e scontati. A prevalere sono sempre gli interni, mentre gli esterni sono davvero limitati e per lo più ripetitivi. Di grande impatto risulta invece la sequenza che vede la povera Quinn investita da un’auto: una tra le poche scene valide dei primi 60 minuti. Il finale strappalacrime funziona ed è una delle parti più coinvolgenti dell’intero girato. Un film che avrebbe potuto regalare al pubblico e agli affezionati molto di più. Peccato.

Nico Parente

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Nico Parente

Autore: Nico Parente

Pubblicato il 10 giu 2015 alle 11:38 am

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