INTERVISTA A MASSIMO CAUSO. HALLOWEEN E DINTORNI

INTERVISTA A MASSIMO CAUSO. HALLOWEEN E DINTORNI

Critico cinematografico, curatore della sezione Onde del Torino Film Festival, Massimo Causo scrive per varie riviste specializzate, tra cui Sentieri Selvaggi, ed è autore, insieme al critico cinematografico Davide Di Giorgio, del volume Halloween, dietro la maschera di Michael Myers. Pubblicato un paio d’anni fa, il volume è un interessante saggio in cui i due critici indagano le origini del mito della saga Halloween e i segreti dell’assassino mascherato più famoso del cinema. Con Massimo abbiamo discusso del mondo di Michael Myers e di altro ancora.

Nella tua attività di critico cinematografico ti sei occupato dei più diversi generi e protagonisti del cinema. Come mai hai scelto di dedicarti a Michael Myers?

A me e a Davide Di Giorgio è parsa una figura importante e affascinante, soprattutto perché rappresenta il trait d’union tra l’horror classico e il cosiddetto New Horror degli anni ’80. Il suo essere una figura perfettamente terrena mantenendo però qualcosa di arcano, una forza irrazionale che lo configura come un’ombra (“the shape” viene denominato, ovvero la forma, la figura…), lo rende un personaggio fluido, un punto di transito per eccellenza. E poi ha le ragioni che vengono dall’esser legato al tema dell’infanzia, è un classico “babau” che si muove tra il mondo dei bambini e quello degli adulti…

 

Potremmo dire che in realtà Carpenter con l’espediente della maschera, abbia in realtà smascherato l’assassino, rivelando il volto universale dell’uomo, la cui violenza è legata al mistero delle sue origini?

Di sicuro, perché Michael Myers è la forma estraniata del Male, cade sulla terra e dalla terra risorge con forza misteriosa, è una figura che si palesa come disincarnata nella sua sagoma quasi indefinita: la maschera che indossa, così come la tuta, non gli servono a nascondere la sua identità, ma semplicemente a rendersi neutro, a uscire dalla propria immagine per vestirne un’altra che diventi emblema del Male. La maschera è esattamente il punto di transito tra la realtà e il mito, così come tra il passato e il presente dell’horror. Non dimentichiamo che Michael Myers è una “forma” che si mimetizza nella celebrazione diffusa dell’orrore della notte di Halloween.

Assieme al Leatherface di Non aprite quella porta, che lo precede di quattro anni, Michael Myers è il primo “mostro” che veste da sé la sua maschera, che si investe della propria mostruosità, definendola e incarnandola per determinazione autonoma. Con una differenza che mi pare fondamentale tra il personaggio creato da Tobe Hooper e quello creato da John Carpenter, ovvero che Leatherface veste una maschera “organica”, fatta di pelle umana, una sorta di concretizzazione delle sue gesta da cui trae la sua forza, mentre Michael Myers indossa una maschera di lattice, una trasfigurazione inorganica e perversa delle maschere spaventose vestite da tutti nella festa di Ognissanti, e dunque attinge la sua forza da una mitologia che sta prima delle sue gesta. Tema che del resto sarà ben sviluppato nella saga.

 

Il film di Rob Zombie è uno dei pochi casi di un remake di buon livello, secondo te qual è stata la carta vincente che lo ha differenziato rispetto ad altri casi di remake?

Rob Zombie è un artista dalla forte consapevolezza, è uno che con l’horror non gioca, a differenza di tanti filmmaker “cinefili” che praticano il genere. Tutto il suo cinema punta a elaborare una mitologia che affonda le sue radici nella storia e nella cultura americana. “Le streghe di Salem” ne è la prova estrema: per lui l’horror è la chiave di accesso a una lettura arcana della realtà e anche della Storia americana. In questo senso, era inevitabile che accedesse al personaggio di Michael Myers con la consapevolezza di chi sa di maneggiare un mito, e infatti lo ha ripensato spingendo in avanti le stimmate della sua realtà carnale, umana, sino a disincarnarla in una figura arcaica.

 

Non potremmo trovare nei film di Zombie anche un richiamo a Henry James, nel senso della riflessione sull’enigmatica mostruosità dei bambini, tematica che già Fulci aveva in qualche modo ripreso in “Quella villa accanto al cimitero”?

Non è certo difficile immaginare che Rob Zombie conosca molto bene un testo come Giro di vite, anche se mi pare che il ritratto d’infanzia turbata che offre nel suo film abbia un qualcosa di un po’ più deterministico che enigmatico rispetto all’ambiguità dei bambini di James. Ma è indubbio che Henry James sia compreso in quella visione complessiva dell’horror come filtro di rilettura della società americana di cui dicevo, non foss’altro che perché James conosceva bene la scrittura di Nathaniel Hawthorne e dunque il passaggio a Salem e all’ombra fondativa della società americana ci sta tutto…

 

Nel saggio che hai scritto insieme a Di Giorgio si parla del tema psicanalitico a fondamento della saga di Halloween, e a me viene in mente il coltello come metafora della penetrazione nella carne femminile. Ma non trovi anche un’interessante analogia con il “cut” (montaggio) del film in genere? Mi viene da pensare ai diversi “cut” editi da zombi del suo Halloween, in fondo la saga comincia con un piano sequenza: prima del primo delitto non ci sono tagli…

Direi proprio di sì. Di sicuro tutto il cinema slasher trova nel tema della lama che fende le carni una forte simbologia sessuale. Il tema della penetrazione fa parte dell’horror e della sua storia, esattamente come l’idea stessa del corpo, che è fondativa del New Horror anni ’80. Il passaggio successivo al tema del “taglio” di montaggio come intervento sul “corpo filmico” attraverso la materia della pellicola è di sicuro interessante e l’osservazione che fai sull’incipit del film di Zombie è calzante. Va anche detto che questo è un tema che sta sviluppando fortemente e con consapevolezza certo cinema sperimentale contemporaneo: c’è, per esempio, il nuovissimo cortometraggio di Christoph Girardet e Matthias Müller, che non a caso si intitola Cut, nel quale questi due straordinari autori, che da sempre lavorano col “found footage”, ovvero costruendo i loro testi mettendo insieme pezzi di film più o meno noti, finalmente affrontano proprio il tema della ferita sul corpo, degli arti amputati, violati, incisi… Tre anni fa al Torino Film Festival mostrammo Long Live the New Flesh, uno straordinario lavoro di un altro giovane filmmaker sperimentale, il belga Nicolas Provost, che combinava e fondeva fra loro sequenze del New Horror, sostituendo al “taglio” di montaggio un espediente digitale di distorsione dei pixel, che produceva una specie di scarnificazione digitale del frame, una sorta di processo autofago delle immagini splatter. Qualcosa di veramente geniale…

 

Il fatto che la saga di Halloween aggiorni il suo legame con la realtà sociale e antropologica potrebbe essere il motivo della sua longevità?

È di sicuro il motivo per cui resta così centrale rispetto all’immaginario: Michael Myers è un Boogeyman che non ammette deroghe al suo statuto. A differenza di altre pur fondamentali creature del New Horror come Freddy Krueger e Jason Voohrees ha ragioni più basilari, legate alle dinamiche della società americana. John Carpenter l’ha fondato con i piedi ben piantati per terra, la sua semplicità è la ragione della sua universalità.

 

Un punto sulla situazione attuale. Da una parte abbiamo una serie di remake di film horror classici. Quest’anno è stata la volta de La Casa, ma si parla anche dell’arrivo di Maniac e di Carrie, dall’altra abbiamo l’invasione asiatica, nel mezzo si trova comunque qualcosa, penso alla Francia. Personalmente come spettatore cosa ti ha interessato negli ultimi anni?

Purtroppo è raro che i remake che abbiamo visto avessero una ragione valida di essere… È innegabile che il più delle volte servano a rinnovare il potenziale di mercato di capolavori degli anni ’80 che i giovanissimi ritengono a torto ormai “vecchi” e inguardabili. Naturalmente ci sono le eccezioni, come dimostrano i due Halloween di Zombie o anche il remake di Maniac, che appare piuttosto interessante. L’invasione asiatica, del resto, sembra aver fatto già il suo tempo, Giappone o Corea del Sud che sia: a Venezia abbiamo visto un risibile pastiche cantonese come Rigor mortis di Juno Mak che sembra quasi la pietra tombale sulle ghost stories asiatiche… L’horror francese, che in genere mi pare un po’ greve e destrorso, ha mostrato personalità interessanti come Pascal Laugier, che pure talvolta infastidisce per eccesso di zelo artistico, per così dire… Preferisco un francese “mitopoietico” come Christophe Gans, di cui ho amato molto Silent Hill. Quanto al presente, state per vedere un eccellente Wolf Creek 2 di Greg Mclean, ma anche un notevolissimo V.H.S. 2, che spinge ancora più in avanti i motivi di interesse del primo capitolo di questo horror omnibus firmato a più mani. Non ho amato per nulla la saga di Saw, ma ciò non mi impedisce di pensare che James Wan sia una personalità molto interessante: ha una consapevolezza nel lavorare nelle trame dell’horror che non vedevo da tempo. I due Insidious sono notevolissimi e anche The Conjuring è un lavoro da tenere in grande considerazione, per la capacità che ha di ripensare trasversalmente la società americana attraverso il tema della casa e della possessione: come vedi, torniamo sempre a Salem…

 

Edoardo Trevisani

 

 

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Autore: Edoardo Trevisani

Pubblicato il 30 ott 2013 alle 2:53 pm

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