Jack the Ripper – Un’autobiografia dall’Inferno

Jack the Ripper – Un’autobiografia dall’Inferno

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recensione a cura di Diego Martina

 

Se le pagine del XX secolo, trionfo di orrori e terrore, dovessero mai aver bisogno di una prefazione, questa sarebbe degnamente rappresentata dalla figura di Jack the Ripper. Passato alla storia come IL serial killer, la sua figura efferata ed enigmatica si è imposta con forza non solo nelle menti del proprio tempo, ma anche nell’immaginario collettivo delle genti a venire.
Criminologi, psicologi, scrittori, registi, fumettisti, pittori, musicisti: nel corso dei decenni si sono moltiplicati a decine e decine gli studi e le opere aventi come tema Jack the Ripper e l’indelebile scia di sangue con cui, tra agosto e novembre del 1888, lo stesso ha tinto di rosso, sconvolgendola, la quiete di Whitechapel, un quartiere a est di Londra, alveare di poveri e prostitute. Tra le numerose opere che ne riprendono la figura, come non ricordare il fumetto “From Hell” di Alan Moore ed Eddie Campbell, nonché l’omonimo film dei fratelli Hughes a esso ispirato.

Su Jack si è ipotizzato e scritto tanto, talvolta troppo; ma Jack, di proprio pugno, ha lasciato scritto davvero poco, appena poche lettere indirizzate a Scotland Yard. Potete dunque immaginare ilmio eccitamento quando lo scorso anno, poco prima di imbarcarmi su un volo Roma-Tokyo, in una libreria internazionale dell’aeroporto il mio sguardo è stato attratto da una costina rossa e nera che, a gran voce, s’imponeva: “The Autobiography of JACK THE RIPPER”. L’acquisto, naturalmente, non si è fatto attendere.

Il volume, pubblicato per la prima volta nel 2012 dalla casa editrice Bantam Press, viene presentato come la trascrizione integrale di un manoscritto deglianni ’20 rinvenuto nel 2007 da Alan Hicken, proprietario di un piccolo museo di radio e televisioni nella cittadina inglese di Montacute. Il procedente proprietario del manoscritto, Sydney George Hulme Beaman, lo aveva a sua volta ricevuto da una persona rimasta anonima che, nella propria prefazione allo scritto originale, afferma di essere l’esecutore testamentario di James Willoughby Carnac, autore delle pagine e dei delitti commessi sotto il nome di Jack the Ripper.

Ma chi è davvero James Carnac? Secondo quanto lo stesso scrive nella prima parte del volume, sarebbe l’unico figlio di un medico alcolista e di una madre in profonda crisi depressiva. Cresciuto in un nido famigliare freddo e distante, fa presto amicizia con un compagno di classe figlio di un macellaio, il quale lo invita nella propria abitazione a osservare la macellazione di un maiale. Il verso dell’animale sgozzato e il lago di sangue in cui la povera bestia spira contorcendosi rappresentano il primo luccichio della mania di sangue che, più in là, segnerà la vita del narratore.
A non troppi anni di distanza da questo episodio, James rientra a casa da scuola solo per trovare la polizia sull’uscio dell’abitazione, e I propri genitori riversi in un lago di sangue. Il padre del ragazzo aveva praticato di nascosto un aborto ai danni di Mary, giovane governante della famiglia Carnac e amante segreta del capofamiglia; la ragazza, in seguito, era morta per le conseguenze della disperata operazione, e il padre di James, in un eccesso di alcool e follia, aveva dapprima sgozzato la moglie, e si era infine tolto la vita nel medesimo modo: questo secondo bagno di sangue resterà impresso nella mente del giovane ragazzo per i decenni a venire.
Ormai orfano, James va a vivere dallo zio, iniziando quasi da subito a manifestare le prime pulsioni omicide proprio ai danni dello stretto parente; fallito il tentativo di tagliare la gola al proprio benefattore, James scappa di casa, salvo essere raggiunto da un telegramma in cui gli si chiede, perdonato, di tornare a casa. Secondo lo zio, infatti, la pulsione sanguinaria di James è del tutto“giustificabile”: lo stesso ha infatti rinvenuto tra le carte del genero un albero genealogico che dimostrerebbe come la famiglia Carnac, di origini francesi, sia dal 1688 dedita a una sola professione: quella del boia. Ma James decide di non fare ritorno a casa; per contro, inizia a sfogare la propria pulsione omicida sui corpi delle prostitute di Whitechapel.

Se la prima parte del libro si presenta come un resoconto dell’infanzia dell’autore, la seconda narra e analizza i retroscena degliomicidi e la relazione tra Jack the Ripper e I propri “demoni interiori”: in merito alle proprie pulsioni, alla voce interiore che lo invita a uccidere – quasi fosse lo stesso destino a intimargli di affondare la mano e la lama nella carne delle vittime – James Carnac scrive:

 “And if my course was mapped for me by ‘Fate’, who, or what, is that ‘Fate’? Can it be anything but a malevolent demon? And the Voice, to which I have already lightly alluded but of which I shall presently say more: was that voice of an attendant devil, the Kah, maybe, of one of my blood-weary ancestors deputed to watch and guide me along my appointed path?” (pag.136)

Infine, gli omicidi di Jack the Ripper –nel libro come nella realtà – trovano conclusione venerdì 9 novembre 1888 con il brutale massacro di Mary Jane Kelly, non per l’esaurirsi di questa “voce” omicida, quanto per l’incidente in cui James incappa: impegnato a fuggire lontano dal luogo del delitto, infatti, viene investito da una carrozza e si risveglia in ospedale, a letto, con una gamba amputata.

Sebbene le prime due parti del volume risultino accattivanti e per nulla scontate, sia nella narrazione che nell’analisi psicologica e filosofica delle proprie pulsioni, la terza e ultima parte appare essere una escalation incontrollata di avvenimenti che svelano senza troppi misteri la natura romanzata dello scritto, rompendo quella delicata tensione che aveva portato a credere alla realtà narrata nelle prime 267 pagine, e lasciando un certo amaro in bocca a chi aveva quantomeno sperato nella veridicità di quanto letto. Per di più, a rivelare definitivamente il bluff narrativo ci pensa lo stesso curatore del volume, affermando che di tale James Carnac e delle prove della sua esistenza, ovunque si cerchi, non vi è traccia.

È dunque più plausibile che il vero autore del manoscritto sia lo stesso primo proprietario, Sydney George HulmeBeaman, il quale però, essendo nato nel 1899, ovvero un anno dopo l’ultimo omicidio in Whitechapel, non può di certo essere stato la mente, la mano e la lama dietro i delitti.

Un lucido psicopatico, filosoficamente vicino – sebbene manchi della stessa carica di oltremodo esagerato sadismo – alla figura di Jérôme nella Nouvelle Justine di de Sade: questo il Jack the Ripper che ci restituiscono le pagine della sua presunta autobiografia. Di Jack, come accennavo, si è scritto e si continua a scrivere tanto, ogni volta aggiungendo e sottraendo al personaggio qualcosa, continuando a levigare gli spigoli di una figura leggendaria i cui contorni sono destinati a perdersi tra le brume del crepuscolo del XIX secolo…e tra i bagliori delle albe di tutti i secoli a venire, fino alla fine dei tempi.

 

 

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Nico Parente

Autore: Nico Parente

Pubblicato il 22 gen 2015 alle 10:35 pm

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