08
Set

Kamakiri no yoru (“La notte della mantide”)

I corti “Amerika” e “Kamakiri no yoru” (“La notte della mantide”) possono essere considerati come i due tempi di un’unica pellicola, o come due pellicole parte di una medesima storia.
La storia in questione è quella di un vecchio capitolo chiuso: la sconfitta del Giappone durante la Seconda Guerra Mondiale. Nonostante la nazione, lasciatasi alle spalle gli orrori del passato, sia ormai in pace, la minaccia di una nuova guerra che coinvolga il Giappone è imminente. Lo sa bene Nishi, il quale combatte quotidianamente la propria battaglia personale contro ufficiali comunali che, in nome della viabilità, tentano testardamente di sfrattarlo dalla propria abitazione. Nishi, interpretato dal bravissimo Yoshihiro Nishimura (regista di “Tokyo Gore Police” e “Mutant Girls Squad”), illuminato da una follia che ha tratti di lucidità, è ben conscio del clima guerrafondaio in cui il proprio paese sta venendo poco per volta trascinato dai politici della nazione, e decide di intervenire, a modo proprio, per evitare il disastro di una nuova disfatta.
Ciò a cui la regia di Kyuya Nakagawa dà vita è un totale stridere di atmosfere e narrazioni: dall’impostazione “dialogica” di “Amerika” si passa, senza alcun preavviso, a un secondo tempo di forte carica visiva. Apparentemente slegate, le due parti sono tenute insieme da un sottile e quasi impalpabile sotteso narrativo.
Sebbene il corto soffra di alcune delle pecche a cui sono esposte molte pellicole underground, bisogna riconoscere a Nakagawa il grande merito di aver realizzato un film contro la guerra e contro una certa deriva politica autoritaria (quella del Primo Ministro Shinzo Abe, ripreso durante un comizio e diventato suo malgrado uno dei personaggi del film), alimentando con nuovo fiato artistico il coro di voci giapponesi che da sempre grida alla pace.
“Kamakiri no yoru” si conferma dunque una coraggiosa pellicola di protesta, a metà tra l’horror e il fantasy, l’esagerazione e la triste verità, pronta a far riflettere sulla follia della guerra e sugli interpreti politici non sempre all’altezza del proprio ruolo.

Diego Martina

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