Lo psyco thriller di Michele Pastrello

Lo psyco thriller di Michele Pastrello

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PARTE I

di Gordiano Lupi

Michele Pastrello (1975) è un giovane autore veneto che ha girato alcuni corti di buon interesse. Resta l’annoso problema di come far conoscere opere  che meriterebbero un pubblico.

 Il primo è Nella mia mente (2006), ottimo psyco thriller girato nel 2005, vincitore del Pesar Horror Film Fest 2006, ammesso al Puchon SudKoreano e altri festival importanti. Il regista dice: “Era il mio primo film e molte cose non le rifarei, soprattutto i dialoghi iniziali, ma credo resti comunque impresso in qualche modo in chi ha la fortuna di guardarlo”. Pastrello dimostra intelligenza e senso critico, perché il maggior difetto della pellicola sono proprio i dialoghi iniziali tra i fidanzati durante un incontro amoroso in auto. Il titolo svela in parte il finale, lo sviluppo della trama e anche questo è un difetto, ma facilmente correggibile. I pregi della pellicola – girata in dvd con un budget di 800 euro per 4 giorni di riprese e 26 minuti di durata – sono di gran lunga superiori ai difetti. Ottima la fotografia notturna di Thomas Cicognani, ma contribuiscono alla suspense anche le musiche intense e suggestive di Pekka Ketonen. Bravi gli attori, soprattutto Angela Picin nel ruolo della ragazza tormentata che assume una maschera complessa, capace di passare dal terrore alla follia. Buona anche l’interpretazione di Tobia Cinetto nei panni del fidanzato, si ricorda il suo sguardo folle e allucinato visto dagli occhi della ragazza che spia dal buco della serratura. Marcella Braga interpreta la madre, non ha un ruolo decisivo nella vicenda, ma è limitato a poche sequenze iniziali. Il film comincia con una citazione colta di Aksadov, passa dal bianco e nero al colore in rapida dissolvenza per indicare il tempo che scorre e mostra subito un tentativo di rapporto erotico in auto molto ben girato. Una fotografia scura, notturna e inquietante, fa da prologo all’apparizione di un killer che indossa guanti neri e cappellaccio, chiaro omaggio a Mario Bava e Dario Argento. Tralasciamo la pesantezza del dialogo tra la ragazza e il fidanzato, concentriamoci sulla bella atmosfera da horror erotico, resa da una notte di pioggia e da un killer surreale che appare e scompare. La parte migliore della pellicola è girata dentro le mura della casa, perché fotografa un crescendo di terrore nella mente della ragazza, invasa dalla sua follia e da pensieri di morte. Sono molti gli effetti speciali che contribuiscono a creare il meccanismo della suspense: una televisione che si accende da sola, un orologio rotto, il sangue da una ferita, la scena del bagno con la ragazza angosciata che chiama sua madre, le porte che cigolano, la musica che cresce di intensità, il terrore dipinto negli occhi della protagonista che si fa sempre più forte, il respiro affannoso, fino alla scoperta di un cadavere. Il regista dispone di un grande senso del ritmo, è un ottimo creatore di suspense e di terrore. Sono buoni i flashback durante i quali la ragazza ricorda il passato, così come si ricordano le sue trasfigurazioni fisiche. Michele Pastrello si cimenta in un’intelligente e originale variazione sul tema della schizofrenia e dello sdoppiamento della personalità.

Nuvole – episodio 1075 è del 2007, il regista non lo ama molto, lo definisce “un lavoro di transizione”. Si tratta di un horror insolito perché racchiude il tema del’amore lesbico e alcuni elementi tipici della soap opera. Da segnalare interessanti momenti erotici in linea con l’horror e il thriller italiano degli anni Settanta, la sufficiente interpretazione delle due attrici e una bella parte onirica a tematica zombi che il regista riprenderà – sviluppandola meglio – nel successivo 35. Pure in questo corto la musica gioca un ruolo importante, soprattutto la dolce musica di Natale che precede un omicidio e che pare un omaggio a Dario Argento. Il tema che il regista mette in primo piano è quello di amore e morte, che deriva dalla tragedia greca e pervade di sé la letteratura universale, ma anche questa volta il registro è originale. Molto bella la scena sul mare, soprattutto la fotografia da soap opera con un gabbiano che vola nel sole del mattino tra i pensieri e i ricordi dell’assassina. Buona la tecnica.

   32 (2008) è il lavoro più apprezzata di Michele Pastrello, girato in dvd con un budget di 400 euro, per 3 giorni di produzione e 26 minuti di durata. Il regista dice: “Per questo lavoro mi sono ispirato a Le colline hanno gli occhi di Wes Craven, come opera horror. Si tratta di un action thriller politico, nel senso che è un tentativo, attraverso il genere, di raccontare un disagio. Nello specifico la brutalizzazione dell’ambiente e soprattutto del paesaggio in Veneto: in questo caso il passante autostradale di Mestre”. Tutto vero, ma non ci soffermiamo più di tanto su questo punto, tra l’altro ben analizzato da Danilo Arona in una recensione uscita su Carmilla. Pastrello cita il cinema thriller politico statunitense degli anni Settanta, ma soprattutto il rape e revenge, al punto che si notano assonanze con L’ultima casa a sinistra di Wes Craven, Arancia meccanica, La casa sperduta nel parco di Ruggero Deodato e tanto cinema di sexesploitation (Non violentate Jennifer, Autostop rosso sangue, L’ultimo treno della notte …) che l’autore dimostra di conoscere. La fotografia di Mirco Sgarzi – che descrive un paesaggio campestre veneto deturpato dai lavori di costruzione di un immenso raccordo autostradale – è curata e degna di un lungometraggio d’autore. Bravissima l’esordiente Eleonora Bolla, che meriterebbe di essere presa in considerazione per ruoli cinematografici importanti. Il film è tutto incentrato sulla sua grande personalità di attrice, ben diretta da un regista ispirato. I dialoghi sono ridotti all’osso, il film è pura azione – come da scuola rape e revenge – fughe nei campi, aggressioni, rapporti strappati, violenze carnali, tentativi di omicidio, percosse, rimorsi, ricordi, flashback e parti oniriche. Ottimo l’uso del primissimo piano alla Mario Bava per immortalare occhi disperati, espressioni di angoscia, dolore, stupore e desiderio di vendetta. Il film è rapido, coinvolgente, immune da pecche, ben recitato anche da Enrico Cazzaro nei panni del violentatore. Interessante la parte onirica (un ampliamento migliorato da Nuvole) durante la quale la ragazza violentata immagina la resurrezione come zombi del suo aggressore. Da antologia la sequenza onirica con lo zombi che compare improvvisamente alle spalle della vittima. Le sequenze erotiche che descrivono le percosse e la violenza carnale sono molto realistiche, così come sono ottime le immagini dei corpi distesi, le dissolvenze e la cupa doccia da horror, che non ha niente di sexy. La fotografia all’interno della casa è scura, accompagna una tensione sempre più palpabile e il rimorso della ragazza che cura le ferite e si fa catturare dall’angoscia. Voci minacciose si diffondono per la casa in un crescendo claustrofobico, ma in realtà sono nella mente della protagonista. Il film è lento ma non annoia, perché il regista ha il senso del ritmo e sa dilatare i tempi dell’azione senza risultare fastidioso. Tutto si risolve in una continua, disperata fuga per le campagne venete che immortala l’orrore negli occhi della protagonista. 32 è un ottimo lavoro che segna una nuova incursione nell’horror psicologico da parte di Michele Pastrello e un ulteriore capitolo dedicato all’analisi della figura femminile. Il giovane regista pare molto interessato al tema e non ha torto, perché – come ha già detto qualcuno – la complessità è femmina.

   Ultracorpo – Boy Snatcher (2011) è un lavoro diverso dai precedenti. Fotografia ancora di Mirco Sgarzi. Interpreti: Diego Pagotto, Felice C. Ferrara, Elisa Straforini, Dimitri Da Dalt, Guido Laurjni. Il film comincia con una citazione da Invasion the Body Snatcher. “Ma i nostri corpi che fine faranno Miles?”. “Non lo so, forse quando il processo è completato, l’originale verrà distrutto, disintegrato”. E poi Sofocle: “Chi ha paura non fa che sentir rumori”. Non troviamo molto horror in questo lavoro di Pastrello, se non in alcune parti oniriche, così come apprezziamo la citazione del cinema fantastico quando la televisione trasmette L’invasione degli ultracorpi di Don Siegel, ma anche del vecchio Dario Argento in un concitato finale tenebroso. Sarei la persona meno indicata per recensire il film, visto che la storia parte da un mio vecchio e sfortunato racconto (Il frocio, 2003), così inviso alla critica – soprattutto omosessuale – da convincermi quasi a ripudiarlo. E invece non era male, almeno sullo schermo, reinterpretato dal bravo Pastrello, che pare abbia subito identica crocifissione mediatica dagli ambienti gay che l’hanno messo al bando, tacciandolo di omofobia. Il film è molto psicologico, gioca tutte le sue carte sulla costruzione del carattere di un protagonista maniaco del sesso, dedito ad amori a pagamento e masturbazione. Umberto è attratto sessualmente anche dagli uomini, sarà un omosessuale ad accorgersene, intuendo nei suoi occhi un segnale di via libera.  La scusa per l’approccio del gay è la riparazione di un lavandino nella sua casa di periferia, un incontro imprevisto che scatenerà gli impulsi repressi dell’uomo. Finale macabro, da splatter metropolitano, coraggioso e violento, che fa propendere per una connotazione horror del lavoro di Pastrello. Il frocio è per Umberto un extraterrestre, un ultracorpo, un’entità aliena racchiusa in un singolare baccellone, dalla quale teme persino il contagio, anche se finisce per essere attratto sessualmente. Il finale violento rappresenta il rifiuto dell’uomo normale di accettare la diversità. Meraviglia che questo corto sia stato messo al bando dagli ambienti gay, perché se è vero che la figura dell’omosessuale è fin troppo languida, è anche vero che il personaggio negativo della storia è Umberto. Le intenzioni del regista – come nel racconto messo all’indice – sono l’esatto contrario di quel che certa critica ha voluto leggere. Pastrello realizza un’opera in difesa del mondo gay, contro l’omofobia, un film che è un invito ad accettare la diversità, senza farsi vincere dai pregiudizi. Il film è ben girato, ottima la fotografia luminosa della campagna veneta, così come è ben ricostruito il cupo e angoscioso ambiente urbano degradato. Bravi gli attori, in due ruoli non facili, così come sono ben realizzate le scene di rapporto sessuale prostituta – cliente e le sequenze di approccio gay. Perfetto il finale horror, con il gay che sembra Anthony Franciosa quando compare alle spalle di Giuliano Gemma, in un’evidente citazione del maestro Argento. Altri critici hanno intravisto echi di Linch e Friedkin, ma anche Argento di Profondo rosso e non solo Thrauma. La cosa più importante è che non ci sono stereotipi gay che potrebbero essere fastidiosi. Basterebbe la sequenza onirica vissuta da Umberto per promuovere il film, il sogno angosciante nel quale vede il gay come un alieno che lo concupisce, estrae una lunga lingua e penetra il suo corpo. Ultracorpo è cinema fantastico – minimalista intriso di connotazioni sociali, ma anche un noir metropolitano, cupo e claustrofobico. Recuperatelo su youtube, se non l’avete visto.

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Nico Parente

Autore: Nico Parente

Pubblicato il 18 gen 2014 alle 11:09 am

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