MARE BLU, MORTE BIANCA – la recensione al primo volume sul cinema degli squali

MARE BLU, MORTE BIANCA – la recensione al primo volume sul cinema degli squali

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Titolo: Mare blu, morte bianca

 Sottotitolo: Guida ragionata al cinema degli squali

 A cura di: Nico Parente

 Interventi: Mario Bonanno, Fabio Zanello, Edoardo Trevisani, Gordiano Lupi

 Edizioni IL FOGLIO, Collana CINEMA

                                          Recensione di Federica Capotosti

Mare blu, morte bianca. Nel 1971 Peter Gimbel portò a termine, con non poche difficoltà, un ambizioso progetto filmico che si proponeva di documentare per la prima volta il grande squalo bianco, il suo metodo di caccia, la sua imponenza, la sua forza, e la sua spietata voracità. Dopo un lungo e faticoso viaggio tra i mari del Ceylon, Sudafrica, Madagascar e Australia, riuscì ad ottenere riprese uniche nella loro capacità di mettere in scena il più temile predatore acquatico che si è creato, con il passare degli anni, la fama di colui che semina morte bianca nelle profondità di un mare blu. Mare blu, morte bianca è anche il titolo del nuovo libro curato da Nico Parente e nel quale intervengono diverse personalità per parlare di “jaws”, di tutte quelle “mascelle” che da quando sono apparse sullo schermo cinematografico hanno contribuito alla costruzione di un nuovo genere definibile shark movie.

Jaws, o se vogliamo dirlo in italiano Lo squalo, realizzato esattamente 40 anni fa da Steven Spielberg, è il film da cui tutto prende vita. Entrato a far parte dell’archivio immaginario delle paure collettive, porta sul grande schermo il concretizzarsi di uno dei più grandi incubi in cui ci si possa mai trovare: un enorme squalo bianco, il più aggressivo esemplare della famiglia degli squali, si aggira per le coste di una tranquilla isoletta dell’Oceano Atlantico, meta estiva di migliaia di turisti, attaccando all’improvviso e mietendo vittime senza alcuna pietà.

Una scia infinita di shark movie sono seguiti a questo cult: molti una ridicola parodia, altri sfortunati sequel, altri ancora delle pellicole per certi aspetti ben riuscite.

È proprio questo il fenomeno a cui il libro è dedicato. Esso si presenta come una sapiente analisi sviluppata su più fronti, in cui  intervengono differenti personalità ad indagare e a dire la loro su determinati argomenti circa i vari film che sono stati realizzati da quarant’anni a questa parte. Uno degli aspetti davvero interessanti è l’approccio coerente con il quale il tutto ci viene raccontato: un approccio molto diretto, che non si perde in chiacchiere inutili ma va dritto al punto, con un linguaggio ben comprensibile che difficilmente annoia il lettore, ma al contrario che tende ad incuriosirlo parlando in modo critico e analitico dei vari film, e spiegando in ciascun caso cosa funziona, cosa no e perchè.

Tutto ha avuto inizio dal film di Spielberg e tutto fa capo ad esso come termine di paragone. Spielberg, più o meno consapevolmente,  ha dato vita ad un filone nuovo in grado di terrorizzare il pubblico, ma senza abbracciare i canoni classici dell’horror, è un genere di film che fa categoria a sè con tutta una serie di caratteristiche proprie. Prima tra tutte è la temporalità, per logica riconducibile ad un quando: quando spaventare, o meglio terrorizzare, lo spettatore? La risposta più ragionevole sembra essere: durante la proiezione.

Sì, ovviamente. Ma non solo.

Film come Lo squalo devono il loro successo all’essersi spinti oltre non spingendosi oltre.

Spiego: Spielberg ha creato, attingendo dal romanzo di Benchley, una storia plausibile, verosimile, una vicenda in cui, anche se con un pò di fantasia e tanta sfortunata, ognuno di noi avrebbe potuto trovarsi. Si muove sull’impalpabile confine tra l’andare oltre e il sapersi fermare prima. Per cui Spielberg ha dimostrato di sapersi spingere oltre per quanto riguarda la messa in scena e le tecniche di ripresa, ma allo stesso tempo è stato in grado di fermarsi per lasciare spazio ad una plausibilità agghiacciante, che diviene elemento chiave del suo successo.

Pertanto, per riagganciarci con il concetto di temporalità, la forza di un film di questo genere sta nell’impressionare e tenere in tensione lo spettatore durante la proiezione, ma soprattutto nella capacità di influenzare il rapporto che egli (lo spettatore) ha con il mare aperto, con l’acqua e la gestione della paura legata alla possibile e costante presenza dell’animale più feroce dei mari: il letale squalo bianco.

É la messa in scena di possibili verità sconvolgenti a sconvolgerci, perseguitarci ed influenzarci per il resto della nostra vita.

 

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Nico Parente

Autore: Nico Parente

Pubblicato il 9 nov 2015 alle 10:20 am

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