NELLE FAUCI DELLA FOLLIA

NELLE FAUCI DELLA FOLLIA

Parlare del Seme della Follia di John Carpenter e dei motivi del suo fascino vuol dire indagare la sua struttura narrativa, composta dai vari livelli di lettura che si intrecciano.

Il Seme della Follia è un film lovecraftiano, il più lovecraftiano della filmografia del regista. Lo è nello spirito (l’orrore cosmico che proviene da ere inconoscibili, la vacuità dell’essere umano, la follia che scaturisce dal confronto con l’incomprensibile), più che nella trama, la quale non si ispira direttamente a nessuna opera precisa di Lovecraft, eppure nasconde, in maniera neanche troppo velata, indizi che ci riportano al solitario di Providence.

A cominciare dal titolo, quello originale, ovviamente, In the mouth of madness (Nelle fauci della follia), che non può non richiamare alla mente il titolo del romanzo At the mountains of madness di Lovecraft. Nel film troviamo anche una signora Pickman, la proprietaria di un albergo nella cui reception c’è un quadro stregato. Pickman’s model è un racconto di Lovecraft, uno dei più noti. Storia di un pittore, Pickman appunto, che nei suoi dipinti, capaci di terrorizzare letteralmente l’osservatore, ritrae mostruose creature divoratrici di cadaveri. Ma non si tratta di esseri fantastici: il narratore sente i loro versi dall’altra parte delle pareti del laboratorio e scopre la botola attraverso la quale entrano in casa di Pickman per farsi ritrarre. Questi soggetti ripugnanti che vengono da un passato innominabile ricordano le creature orrende che premono per entrare nel nostro mondo nel film di Carpenter e che dettano le storie allo scrittore Sutter Cane. Ma tutto ciò non è un semplice omaggio allo scrittore, ma piuttosto evidenzia il tema centrale della struttura narrativa del film: l’orrore come rapporto dialettico tra finzione e realtà.

Questo è il passaggio che ci fa entrare in un altro livello di lettura dell’opera. Il Seme della follia è un’opera sulla narrazione (oltre che sulla narrativa) horror, esce in un periodo, la metà degli anni novanta, in cui il cinema horror comincia ad interrogarsi su se stesso, sulla sua natura e soprattutto sui linguaggi della sua narrazione (si vedano anche La metà oscura di Romero e Il pasto nudo di Cronenberg, entrambi anticipati da Shinning di Kubrik). Carpenter questa riflessione la fa in maniera autocritica e ironica, consapevole del proprio ruolo, e del ruolo dell’horror, all’interno dell’industria cinematografica.

Per comprendere questo approccio si deve cominciare dallo scrittore scomparso Sutter Cane, un autore di racconti di lovecraftiana maniera che fanno letteralmente impazzire la gente, il quale ricorda Stephen King, il re della narrativa horror, con il quale tanti registi hanno avuto a che fare, Carpenter compreso (si veda Christine- La macchina infernale). Quando si parla di Cane nel film, King viene citato nel film come parametro di giudizio nella letteratura horror di consumo: “Ha battuto persino Stephen King. Cane vende di più”. L’autore fantastico che sconfigge quello reale. E’ solo un esempio di omologhi fantastici che sopraffanno quelli reali nel film. Un altro e il Libro: Nelle fauci della follia, l’ultimo introvabile libro di Cane, porta il cambiamento, la Fine di tutto. Questa fine è possibile perché i lettori hanno Fede nell’opera i Cane. Il romanzo fantastico che sconfigge la Bibbia. Ma anche anche il romanzo inesistente che batte un altro libro mai esistito nella realtà, il Necronomicon di Lovecraft.

Il Seme della follia si prende gioco della narrazione. Il protagonista del film, John Trent, un uomo razionale, del tipo dei protagonisti di Lovecraft, che scopre l’inintelligibile, l’orrore cosmico, e perciò finisce prigioniero di una cella imbottita, è sia il narratore della vicenda, che il soggetto della narrazione. Ma è anche prigioniero di altre narrazioni. Innanzi tutto quella dell’ultimo romanzo di Sutter Cane, del quale scopre essere il protagonista. Nelle fauci della follia, ovvero, una narrazione fantastica che diventa reale proprio perché John Trent ha il compito di farla diventare reale. I piani del reale si (con)fondo, come quelli della rappresentazione quando scopriamo che John Trent è prigioniero del film omonimo da cui è tratto il libro di Cane (come accade ovviamente nella realtà, dove tutti i libri di King diventano film). Stiamo parlando della scena finale, in cui John Trent rivede se stesso sul grande schermo compiere le stesse azioni che noi spettatori abbiamo appena visto durante il film. Da qui John Trent, diventa facilmente metafora di un genere che forse Carpenter vedeva già saturo, condannato a ripetere e a ripersi, esattamente come Trent ripete: “Non siamo in un romanzo di Sutter Cane. Questa non è la realtà, non è la realtà”, come se questa dichiarazione bastasse ad avvalorare l’effetto della narrazione fantastica.

In più è con questa dichiarazione finale che John Trent diventa prigioniero infine, della narrazione filmica di Carpenter. Lo schematismo di Trent è il solo valore ontologico del personaggio: è fatto così perché è prigioniero del film e del libro che parlano di lui e sia gli spettatori che i lettori non si aspettano altro che Trent agisca nella maniera in cui agisce.

Ma i piani del reale si confondo anche per lo spettatore reale quando riconosce nel film se stesso, ed ecco l’effettiva polivalenza simbolica del personaggio John Trent, che si guarda e ride in preda alla follia.

Se “quello che spaventa di più nei libri di Cane è ciò che accadrebbe se la realtà gli desse ragione”, quello che spaventa nel film di Carpenter è che la realtà da ragione al regista. Il piano della realtà fantastica di Carpenter si confondo con la nostra realtà quotidiana quando vediamo che le file davanti ai negozi di gente in attesa che arrivi il nuovo libro di Cane, non sono dissimili da quelle di chi attende l’ultimo smartphone, per fare un esempio.

Lo scoprirci personaggi di uno autore-dio, prigionieri di un’esistenza che non ci appartiene e verso la quale ogni razionalità è vana, come vani e già previsti sono i nostri comportamenti, non è altro che una visione apocalittica e profetica della nostra società, divorata dal consumismo e dalla fede, destinata, secondo Carpenter a diventare “solo una favola per i loro bambini”.

 

edoardo trevisani

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Autore: Edoardo Trevisani

Pubblicato il 7 ott 2013 alle 4:08 pm

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