‘Nightmare Detective’ (2006) – la recensione

‘Nightmare Detective’ (2006) – la recensione

nightmare detective

Se affrontato in due, ciò che ci spaventa non fa più così paura. Per questo motivo una giovane ragazza, sullo sfondo di una Tokyo notturna immensa nelle proprie tenebre, decide di scambiare col proprio interlocutore telefonico una promessa di morte: ucciditi, e mi ucciderò con te. Chi è dall’altra parte del telefono, coltello alla mano, non se lo lascia ripetere due volte e si apre lo stomaco di netto; nemmeno la ragazza si concede il tempo di tornare indietro sui propri passi, ed estrae un paio di forbici dalla borsa. Probabilmente si sarebbe aperta un buco in gola lì, per strada, sul parapetto di un cavalcavia, se non fosse stata assalita da qualcosa nell’aria, un nugolo di suoni metallici e digrignare ossesso, lo stridore di lame e passi ansimanti, un fantasma invisibile che la insegue fin dentro la propria abitazione e, inchiodata sul letto, ne fa una bambola di sangue con profonde ferite da taglio.

Sulla scena del delitto arriva la giovane detective Keiko Kirishima (Hitomi Furuya), alle prese con il primo caso dopo interminabili anni passati dietro la scrivania della centrale. Kirishima, al contrario dei propri colleghi, non crede si tratti di un suicidio, in quanto i vicini giurano di aver sentito la ragazza chiamare aiuto nel pieno della notte. Sullo schermo del telefono, per terra ai piedi del letto, è ancora in sovrimpressione il numero di una telefonata – l’ultima telefonata – fatta dalla vittima. Rintracciare l’utente e appurare cosa sia successo la notte precedente sembra la strada più semplice da percorrere, ma il numero non risulta registrato presso alcun operatore mobile, e il telefono, che squilla, continua a squillare a vuoto.

Nel mentre i suicidi si reiterano. A letto, nel sonno. La vittima si squarta da sola con un taglierino. La moglie assiste incredula allo spettacolo del proprio marito che, come in trans onirica, continua a infliggersi ampi tagli su addome e gola, mentre nel profondo del proprio incubo, inseguito da un vorticare di suoni metallici e digrignare ossesso, dallo stridore di lame e strisciare ansimante, invoca inerme l’aiuto di qualcuno. Fuori dal sogno, nella realtà, l’uomo è ormai un puzzle di ferite, un lago di sangue, carne immobile. E sullo schermo del proprio telefono, tra le ultime chiamate effettuate, lo stesso numero di telefono rinvenuto nel cellulare della vittima precedente. Il filo cruento degli omicidi inizia a venire a galla…

Il cinema di Tsukamoto Shinya è un cinema d’immersione, e chi ha già visto almeno uno dei suoi film sa di cosa parlo. Inquadratura dopo inquadratura, la telecamera scivola nei sobborghi della mente umana, li attraversa fuggente e poetica, cerca il riscatto da una realtà umana “di superficie” che restituisce solo un riflesso – per nulla veritiero – della complessa materia degli incubi di cui sono fatti gli uomini. L’obiettivo della telecamera, sempre sporco di colori opachi, sgranati, decadenti, è un occhio attento ai dettagli, al filtrare della luce, all’incedere delle ombre. Tra le mattinate dal sogno sfumato e le notti avamposto dell’incubo, Tsukamoto tesse le fila di una pellicola oscura, profonda, un tuffo a bocca aperta nell’oceano del cuore umano – un’immagine, questa, che non a caso torna più volte nel corso del film.

“Da morti, dov’è che andiamo?” – si chiede la giovanissima prima vittima del film. A questa domanda sembra fare eco una voce rivolta a Kirishima: “e tu, da quand’è che hai voglia di morire?”. Già, da quando? È impossibile darsi una risposta. Siamo tutti così presi dalla smania di edificare in maniera impeccabile la propria realtà contingente da finire col non accorgerci che, dentro, invochiamo urlando con voce sorda una mano che ci spenga, ci annienti, che ci estingua. Quella voce muta è appunto l’orrore che, dentro di noi, si alimenta giorno dopo giorno dei nostri sogni e delle nostre tragedie. Un orrore che non si rivela mai del tutto, ma che resta vagamente intuibile, come un’ombra invisibile alle nostre spalle. Cosa succederebbe, dunque, se quell’orrore riuscisse a venire a galla, liberandosi?

Shinya Tsukamoto, ancora una volta, ci ha mostrato la risposta.
Diego Martina

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Nico Parente

Autore: Nico Parente

Pubblicato il 18 gen 2016 alle 3:47 pm

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