Pasolini di Abel Ferrara

Pasolini di Abel Ferrara

Il corpo martoriato, riverso nella sabbia, sulla spiaggia di Ostia: è quello che rimane fisicamente di Pasolini in una delle ultime scene dell’omonimo film di Abel Ferrara, presentato alla 71esima edizione della Mostra Internazionale del Cinema di Venezia.
Una fine annunciata, l’inevitabile fine di una vita vissuta insieme ai suoi “ragazzi di vita”, a opporsi all’ipocrita morale, alla ricerca della bellezza. Quel corpo dilaniato dalla violenza cieca, il corpo “sacro” di uno dei più influenti autori del ‘900 violato e ridotto ad un relitto.

Ma di questa nuova opera del regista newyorkese non rimane che solo l’insopportabile visione del suo omicidio, il soffocante dolore per la perdita di un’anima antica e unica, strappataci via troppo in fretta. Solo questo.

Per il resto, l’impossibilità da parte di Ferrara di essere all’altezza di un compito per niente facile. Un Pasolini privato diviso fra l’amore per la madre, la sua vita da stimatissimo intellettuale, scrittore, regista e la sua parte “oscura”. La “periferia” della sua vita, quella dei “borgatari” così lontani dalle sue radici eppure tanto “attraenti”, viene solo accennata dalla famosa immagine dello scrittore che gioca a calcio su un fatiscente campetto con i suoi “ragazzi di vita”. 

Ma cosa si evince in questo film di questa figura così complessa e fondamentale? Solo accenni alla sua poetica: non bastano le sue dichiarazioni alla stampa, come nella scena dell’intervista a Furio Colombo e nemmeno un attore, Willem Dafoe dalla somiglianza fisica impressionante, la cui bravura è stata sprecata. Come tutto il film: Ferrara ha perso un’occasione, dipingendo frettolosamente la vita di Pasolini e il suo pensiero basandosi sui clichè che appannano e sminuiscono tutto il suo significato.

Il tentativo di rendere omaggio al Maestro, girando alcune scene del suo romanzo incompiuto Porno-Teo-Kolossal è stata un’operazione alquanto azzardata il cui risultato lascia molto a desiderare: non sono bastate le scene forti, il riferimento fondamentale alla sessualità e l’ausilio del grande amico e attore feticcio di Pasolini Ninetto Davoli ad avvicinarsi a quello che è stato il suo Cinema.

Una superficiale e arrangiata analisi, della quale al pubblico non rimane che una sensazione di incompletezza. Una patrimonio, quello di Pasolini, culturale, privato, fatto di rapporti con importanti figure di scrittori e artisti che non viene approfondito né preso minimamente in considerazione.

Anna Magnani, il Cinema, Roma, Salò, la censura, Fellini, Petrolio, Ninetto Davoli, la periferia, il sesso, l’omosessualità, il sottoproletariato, la madre, la trilogia della vita … il sentore della fine … non basta la straziante voce di Maria Callas, sua grande amica, ad accompagnare le immagini di un’alba straziante che saluta quel corpo “sacro” senza vita, a spiegarne tutta la sua grandezza.

Non è solo la sua morte a farlo: è molto, tanto altro.

Caterina Sabato 

 

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Caterina Sabato

Autore: Caterina Sabato

Pubblicato il 11 ott 2014 alle 3:16 pm

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