Pulp Fiction torna al cinema – Un cult lungo vent’anni

Pulp Fiction torna al cinema – Un cult lungo vent’anni

20 maggio 1994: Pulp Fiction viene presentato al Festival di Cannes. Una grande folla di giornalisti e semplici (e fortunati spettatori) si accalca contro le transenne per assistere alla prima del secondo lavoro di Quentin Tarantino. Il suo primo film Le iene ha conquistato tutti ed è già diventato un cult. I posti non bastano per tutti e inevitabilmente scoppia qualche litigio. Come se si fosse già capito che quello che stava per essere proiettato sarebbe diventato il film “pulp” per eccellenza e che avrebbe cambiato la concezione stessa di fare Cinema.

Vent’anni dopo Pulp Fiction torna al Cinema: il 7, 8 e 9 aprile nelle sale del circuito The Space. Un’occasione unica per rivedere il capolavoro di Tarantino sul grande schermo, come molti giovani appassionati non hanno potuto fare all’epoca della sua uscita. Molti di noi forse quell’anno erano più orientati verso il cartone Disney “Il re Leone”.

Un misto di scene culto e monologhi, battute e dialoghi rimasti alla storia che i più fanatici ricordano a memoria. Il segreto del successo di questo film sta in questo.

Tarantino e Roger Avary, amici da quando lavoravano al Video Archives di Manhattan Beach, vogliono realizzare un film ad episodi, sulla malavita a Los Angeles, come tante altre pellicole avevano già fatto ma questa volta doveva essere diverso, un livello superiore. Si ispirano alla rivista pulp Black Mask, che era il titolo iniziale del film insieme a Pandemonium Reigns . Tarantino va a scrivere in Olanda, ad Amsterdam, la sua città preferita e il risultato sono 500 fitte pagine di sceneggiatura, che poi verranno battute a macchina dall’amica Linda Chen. Si sa che Tarantino scrive i suoi film con le biro su dei semplici block notes, è il suo rituale. Dopo molte difficoltà nel trovare un produttore disposto a finanziare un film così controverso è la Miramax ad accettare la sfida. Il resto è storia.

Come la scena della siringa di adrenalina piantata da Vincent Vega ( John Travolta) dritta nel cuore di Mia Wallace (Uma Thurman) che è in overdose, girata al contrario. I due attori, simboli indelebili del film, all’inizio non dovevano far parte del cast: Tarantino nella parte dei Mia voleva niente meno che Brigitte Nielsen poi dopo una cena con la Thurman cambiò subito idea. La parte di Vincent Vega doveva essere interpretata di Michael Madsen, già presente ne Le iene, ma all’epoca non era disponibile. John Travolta “rinasce” grazie a questo film.

Ricordate la scena di violenza ai danni del temibile Marcellus Wallace (Ving Rhames)  che poi verrà salvato dal pugile Butch (Bruce Willis)?  Per la parte del boss, Tarantino aveva scelto la star blaxploitation Max Julien che rifiutò proprio perché non gradiva l’idea che il suo personaggio venisse violentato.

Sicuramente la coppia più amata del film è quella composta da Vincent Vega e Jules Winnfield (Samuel L. Jackson), i due gangster che si perdono in fiumi di discorsi su ogni tipo di argomento, anche il più futile prima di uccidere qualcuno, come vuole la tradizione tarantiniana. Tradizione che rende comica anche la violenza e la morte. Come nella sequenza in cui Vincent Vega in auto con Jules per errore fa esplodere la testa ad un ragazzino di colore  con un colpo di pistola.  Ed esilaranti sono le scene seguenti quando chiedono aiuto al logorroico e maniacale Jimmie Dimmick (Tarantino stesso) che chiama in soccorso Mr.Wolfe che “risolve problemi”, interpretato da Harvey Keitel, attore e produttore de Le iene. E qui una sequela di frasi cult:  “Non c’è bisogno che tu mi venga a dire che il mio caffè è buono, intesi? Sono io che lo compro e so quanto è buono. Quando è Bonnie a fare la spesa compra delle cagate. Io compro sempre roba costosa, perché quando la bevo voglio gustarla. Ma lo sai che cosa ho in testa in questo momento? Non è il mio caffè nella mia cucina, ma è il vostro negretto disintegrato nel mio garage!”, “Arrivando qui hai visto per caso scritto davanti a casa mia deposito di negri morti?”, “Be’, non è ancora il momento di cominciare a farci i pompini a vicenda.”

Come il monologo di Jules che recita l’Ezechiele 25:17: un pezzo da manuale. Storico anche il twist di Mia e Vincent al Jack Rabbit Slim’s sulle note di You never can tell di Chuck Berry: chi almeno una volta non li ha emulati? A chi, ascoltando per caso alla radio questa canzone, non sono venuti in mente Uma Thurman e John Travolta dimenarsi uno di fronte all’altro?

Palma d’oro a Cannes (tra le contestazioni e il dito medio alzato come risposta da parte di Tarantino), sette nomination agli Oscar, una vittoria per la migliore sceneggiatura originale, una serie di parodie e di omaggi, osannato dalla critica, dal pubblico, imitato, delizia per i cinefili, i protagonisti che entrano a far parte dell’immaginario collettivo. Un cult lungo vent’anni che continua a vivere e a far divertire, nell’instancabile visione di ogni singola sequenza, di ogni frase esilarante, di ogni dialogo interminabile, con tutta la sua personale filosofia. Tarantino è stato capace di creare tutto questo, un nuovo tipo di linguaggio, attingendo ai suoi amori cinematografici e creando un film che ne è figlio.

Caterina Sabato

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Caterina Sabato

Autore: Caterina Sabato

Pubblicato il 3 apr 2014 alle 2:13 pm

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