19
Apr

A Quiet Place… “zitto o muori”

Negli ultimi tempi l’horror è tornato ad attirare l’attenzione del “cinema d’autore”, affrancandosi dal pregiudizio che da sempre lo opprime ingiustamente, quello cioè di essere pura forma, intrattenimento spicciolo per un pubblico adolescenziale, per farsi, invece, strumento con il quale decifrare le angosce e i tormenti della società contemporanea, come del resto avevano fatto qualche decennio fa Spielberg, Coppola, Reiner, Kubrick, Ridley Scott o De Palma. Da Winding Ref con “Neon Demon”, a Gore Verbinski con “La cura del benessere”, da Olivier Assayas con “Peronal Shopper”, vincitore del Prix de la mise en scène a Cannes del 2015, a Jordan Peele con “Get Out”, a un passo dal vincere l’Oscar (per non citare “La forma dell’acqua” di Del Toro), il fantastico e il soprannaturale sono tornati a essere rifermenti principali con il quale misurare non solo lo stato di salute della nostra società, ma anche del cinema contemporaneo. “A quiet Palace – Un posto tranquillo” in fondo può ascriversi tranquillamente a questo contesto. Il film di John Krasinski riconduce l’uomo a misurarsi con le sue paure ancestrali, ma soprattutto arriva a proporre un linguaggio che costringe lo spettatore a fare i conti con una situazione disturbante nella quale le paure derivano dalla compromissione del linguaggio.
La terra è stata invasa da predatori alieni ciechi ma con un udito molto sviluppato: cacciano qualsiasi creatura emetta rumori e la razza umana è vicina all’estinzione. La famiglia Abbott è costretta a vivere in una fattoria senza emettere il benché minimo rumore: foderano le mura della loro casa di giornali, misurano ogni passo che fanno per no far scricchiolare le assi del pavimento, comunicano con il linguaggio dei segni, coprono i sentieri da percorrere con la cenere e, soprattutto, sono costretti a reprimere ogni espressione comune dei loro sentimenti: niente urla di dolore, niente rimproveri, niente lamenti, niente pianti. Il problema è che mentre le creature assediano la casa, Evelyn sta per partorire. A suo marito John spetta il compito si proteggere sua moglie e i loro figli, Marcus, un bambino insicuro, e sua sorella Regan, orgogliosa e tenace nonostante sia afflitta dalla sordità.

“A quiet Place” è un film in cui domina l’attesa, dove il senso del pericolo è strettamente legato alla sovversione della quotidianità. Ogni gesto comune, spontaneo, banale, assume un valore capitale, sottolineato dal lavoro fondamentale sul sonoro, con i dialoghi rarissimi e i suoni ovattati che amplificano l’importanza di ogni azione e che suggeriscono allo spettatore la tensione, ancora prima che la macchina da presa inquadri il mostro. Le creature aliene che cingono d’assedio la casa degli Abbott, sono parenti stretti degli xenomorfi di “Alien”, esseri implacabili, perfetti nel loro incedere devastante e la cui cecità diventa simbolo della violenza pura e irrazionale.
Il film di John Krasinski non si esaurisce solo nell’impianto scenico accurato, ma utilizza la paura come strumento di riflessione sul senso della famiglia, sull’elaborazione del lutto, proiettando il dolore e la lotta per la sopravvivenza in un’atmosfera straniante, dove i silenzi producono dei vuoti in cui lo spettatore rischia di venire riuscchiato.
“A quiet place” è un film che porta in sé le ombra della crisi dell’Occidente, del deterioramento della società, dell’isolamento dell’individuo, non più in grado di fronteggiare le forze irrazionali che abitano i boschi e le tenebre, del declino della famiglia e della paralisi dell’uomo messo di fronte alle situazioni limite. È possibile rintracciare Lovecraft tra i riferimenti letterari del film, ma sicuramente c’è anche qualcosa del Matheson di “Io sono leggenda”, aggiornato all’era dei nuovi conflitti e delle nuove paure: quella della povertà, della guerra e della crisi economica. Gli Abbott sono il simbolo dell’America profonda, coltivatori che devono tenere a denti stretti quella terra che i loro padri avevano conquistato in sella ai loro cavalli. Ora l’eroismo non passa più per il trionfo roboante delle Colt e dei Winchester, ma attraverso l’umiltà del silenzio. Ed ecco perché il finale stacca sul più bello: riconquistare la Terra sarà solo l’ultimo dei problemi. Prima l’umanità dovrà comprendere la natura del male da cui è assediata.

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