R.I.P. Lemmy, l’ultimo vero bastardo del rock ‘n’ roll

R.I.P. Lemmy, l’ultimo vero bastardo del rock ‘n’ roll

lemmy

You know I’m born to lose, and gambling’s for fools
But that’s the way I like it baby, I don’t wanna live forever

Alla fine l’aveva detto lui stesso sin dal 1980, nella canzone più celebre del suo gruppo più famoso. Ian Fraser Kilmister, ovvero Lemmy, non voleva vivere per sempre, e forse non gli interessava neanche diventare una rockstar tutto sommato: voleva solo vivere la sua vita al massimo, gustandola giorno dopo giorno, attimo dopo attimo, come faceva con le innumerevoli bottiglie di Jack Daniels che si scolava continuamente e con le migliaia di donne che l’hanno incontrato anche solo per qualche ora. Se n’è andato uno dei più grandi rocker che dagli anni ’70 sia mai esistito, anche se la sua folgorazione con la musica avvenne nei primi anni ’60 grazie ai Beatles (e in particolare alla figura di John Lennon) che lo spinsero ad imbracciare la chitarra. Da quel momento in poi, la vita di Lemmy fu totalmente e perennemente immolata alla musica e al rock ‘n’ roll: dapprima con varie formazioni del nord dell’Inghilterra, tra cui i The Rainmakers, Motown Sect e i Reverend Black & The Rocking Vicars in piena era mods, poi avvicinandosi al rock più acido e lisergico e al magico mondo delle anfetamine con i Sam Gopal e gli Opal Butterfly (dopo fra l’altro sei mesi da rodie per Hendrix) e arrivando a fare il primo vero e proprio botto sulla scena internazionale con i seminali Hawkwind nel ’71. Passato al basso praticamente per caso, Lemmy ha il suo primo lascito internazionale proprio con questi ultimi, contribuendo a scrivere opere immortali del rock più visionario e spaziale, come “Doremi Fasol Latido”, “Hall Of The Mountain Grill” e “Warrior On The Edge Of Time”. Ma siamo ormai alle soglie del 1975 e i tempi sono maturi per scatenare quella bestia sporca e violenta dalle zanne appuntite: nascono i Motorhead, originariamente chiamati Bastard, nome preso dall’ultimo pezzo che Lemmy scrisse per gli Hawkwind prima di essere sbattuto fuori dal gruppo per essere stato arrestato per detenzione di stupefacenti. Il resto, si sa, è Storia, con la esse maiuscola. Storia della musica, per un verso, visto che Lemmy è riuscito ad attraversare per decenni interi generi differenti e a riunire in un unica fratellanza rockers, metalheads, punks, derelitti e molesti vari della musica più pesante e distorta, portando alta la tradizione del rock ‘n’ roll e del blues più sanguigno e bastardo. Ma anche storia personale che diventa universale: che si ascolti rock, metal, jazz o qualsiasi altro genere, Lemmy ha dimostrato che la cosa più importante è perseguire la propria strada senza lasciarsi influenzare dal resto, per essere quanto più possibile padroni della propria arte e soprattutto di sé stessi. Molto probabilmente i media celebreranno di più la star, concentrandosi sulle sbornie, le droghe, le donne e i successi: tutte cose che ci sono state nella vita di Lemmy ma che non si possono ridurre solo a queste, poiché renderebbero questo musicista una rockstar come tante altre. Essere artefici del proprio destino ed esserne fieri, senza mai prendersi troppo sul serio: questo era Lemmy, questi sono i Motorhead, questa è l’essenza del rock ‘n’ roll.
Il 28 dicembre, a quattro giorni dal suo settantesimo compleanno, il cancro l’ha portato via e la morte ha richiesto il conto di una vita piena di eccessi ma vissuta sul palco sino a pochi giorni prima, sino in fondo come lui desiderava. Alla Lemmy.

“He lives his life, he´s living it fast,
Don´t try to hide, when the dice have been cast”

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Autore: Carlo Cantisani

Pubblicato il 29 dic 2015 alle 9:30 pm

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