Retrospettiva giapponese: ‘Rinne’ di Takashi Shimizu

Retrospettiva giapponese: ‘Rinne’ di Takashi Shimizu

Rinne (2016.2.27)

 di Diego Martina

Rinne (sostantivo giapponese per “metempsicosi” o, se preferite, “trasmigrazione dell’anima”) è un film del 2005 di Takashi Shimizu. Il nome non suonerà nuovo ai più: stiamo infatti parlando dello stesso regista del leggendario Ju-on (The Grudge, per chi ha visto soltanto il remake americano) che, non pago dei brividi dispensati con la sua serie più riuscita, torna dietro la cinepresa per parlarci ancora una volta di maledizioni.

La giovane attrice in erba Nagisa Sugiura viene scelta per un ruolo di primo piano che potrebbe finalmente dare una svolta alla propria carriera. La pellicola in cui reciterà è la riproposizione in chiave horror di una carneficina avvenuta nel 1970 in un hotel turistico della prefettura di Gunma. Il professore universitario Norihasa Omori, apparentemente impazzito, massacra undici persone, tra cui i propri figli, riprendendoli accuratamente con una macchina da presa portatile, salvo poi finire suicida lasciando dietro di sé un nugolo di spiegazioni poco plausibili. Il binario temporale del 1970 si alterna a quello del presente, in cui Nagisa inizia ad avere visioni di una bambina in abito giallo che stringe al petto una bambola dalle fattezze a dir poco inquietanti. Preda di queste visioni, talvolta finisce per attraversare la “parete invisibile” che separa passato da presente, finendo più volte sul luogo del massacro e assistendo in prima persona ad esso.

Eppure quella delle allucinazioni sarebbe una realtà di gran lunga preferibile alla crudele realtà che pian piano le si fa chiara davanti agli occhi: Nagisa è la reincarnazione di una delle vittime della tragedia avvenuta trentacinque anni prima… È a questo punto che la protagonista cerca di vederci più chiaro sul movente del massacro, andando a far visita alla vedova del professore universitario. Ciò che agli occhi di un estraneo appare follia è spesso, per chi la vive, verità: e così la giovane attrice scopre che il raptus omicida dell’accademico altro non è che la prova del nove dei propri studi sulla trasmigrazione dell’anima. Nagisa si convince dunque di essere il “contenitore” dell’anima di una delle vittime e, assieme a ciò, prende atto del destino di morte che apparizioni, incubi e sparizioni le lasciano presagire. Ma si sa, la morte è un giro di valzer a cui nessuno si concede mai volentieri. Nemmeno la protagonista della pellicola, che tenterà fino all’ultimo di sopravvivere, riuscendoci. Riuscendoci, se non fosse che il destino, qualunque sia la maschera che esso ha indosso, ha sempre modo di inseguirci, stanarci, spogliarci delle nostre difese e annientarci. Esattamente come accadrà a Nagisa…

“Le colpe dei padri ricadono sui figli” recita un vecchio adagio, esemplificando in maniera laconica quanto gli uomini si ritrovino spesso protagonisti passivi delle proprie esistenze, giudici spogliati di ogni verdetto. Quando le “colpe” che ci si ritrova a candeggiare col proprio sangue non ci appartengono nemmeno alla lontana, poi, è allora che la fragilità dell’uomo appare ulteriormente per ciò che è: il sogno di un Dio che non conosce pietà. Quella della “trasmigrazione dell’anima” è un concetto che la lingua e la cultura giapponese esprimono con rinne, termine dell’ambito religioso buddhista che traduce il termine sanscrito saṃsāra, ovvero il ciclo delle reincarnazioni. Nascere, morire, rinascere. Non a caso i due ideogrammi che compongono la parola giapponese sono proprio “ruota” e “girare”. Una rinascita che lascia quantomeno sperare. Tuttavia, laddove nemmeno la religione dona il conforto dello spirito, ma si fa anzi arbitro glaciale e spietato nella neutralità con cui esegue il destino di ciascuno, è in quel momento che l’orrore si impossessa di noi, non solo per questa vita, ma anche – probabilmente – per le prossime a venire.

Il gioco spietato e indiscriminato del destino, come sembra suggerirci il regista, pare essere condotto per mano di tutti gli Dei di tutte le religioni: non è infatti un caso che la famiglia del professore abiti nelle vicinanze di un grande torii, un portale attraverso cui si accede ai templi shintoisti. Il torii in pietra, saldo nei tre assi che lo compongono, torna più volte nelle inquadrature accurate di Takashi Shimizu, con una insistenza che pare voler sottolineare quanto di nulla possa cambiare il destino di noi mortali, sia che ci si affidi agli Dei dello shinto sia che ci si affidi alla pietà del Buddha Amida: ogni gioco crudele, infatti, ha le proprie regole. Cosa resta da fare, dunque, a noi spettatori che assistiamo a tutto ciò? Soltanto prenderne atto. E iniziare, nella nostra impotenza, a sperare di non essere pedine sacrificabili…

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Nico Parente

Autore: Nico Parente

Pubblicato il 1 mar 2016 alle 11:24 am

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