Retrospettiva sul cinema horror giapponese – Nakata Hideo I

Retrospettiva sul cinema horror giapponese – Nakata Hideo I

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Gekijō-rei – “Il fantasma del teatro”

di Diego Martina

La storia non si scrive con i se né con i ma.

E nemmeno la recensione di un film.

Andrò dunque prendendo Gekijō-rei (“Il fantasma del teatro”, 2015) per quello che davvero è: un film che, sulla carta della sceneggiatura, vale più di quel che è stato impresso su pellicola. Ed è un vero peccato, perché se il bravo Hideo Nakata ci ha abituato a ben altre prove (serve davvero citare Ring?), con questo film si è concesso il baratro di una fossa artistica.

La trama. Una giovane ragazza, dai modi e dalla condotta encomiabili, perde la vita durante un tragico incidente stradale. Viene ritrovata, a diversi giorni di distanza, con il corpo ridotto in condizioni talmente pietose da indurre il padre – un noto artista di bambole – a decidere di creare a mo’ di simulacro per il funerale un manichino a grandezza naturale con le fattezze della pia figlia. Salvo poi ritrovarselo animato per casa a far scempio delle altre due figlie, e venire ingiustamente accusato d’omicidio. A distanza di anni, la bambola viene ripescata in un vecchio deposito per fare da “comparsa” in una pièce, e, come da aspettative, torna poco a poco a massacrare attori e responsabili della scenografia, in un crescendo di sangue e vittime. Un crescendo che, purtroppo, è soltanto visivo, senza alcuna gratifica artistico-sensoriale per gli annoiati spettatori.

Cosa non ha funzionato? Partiamo col dire che la pellicola non risulta credibile: non perché la storia in sé – nei limiti della finzione – non lo sia, ma perché i movimenti della bambola non danno la possibilità di vivere appieno questa finzione. La scelta di realizzare le prime sequenze di movimento usando la stop motion è del tutto sacrosanta, dato che inizialmente il manichino si muove poco e “a scatti”. Nulla di male, quindi, se non fosse che le sequenze in questione risultano pessime, sfasciando quel minimo di tensione che la sceneggiatura si sforza di creare. Man mano che la bambola uccide, poi, assume forza e vigore, nonché “umanità” (nel senso che diviene poco per volta un essere umano, con tanto di nervi e sangue sotto la maschera): i movimenti si fanno dunque più sciolti, e verso la metà del film si opta per un’animazione in computer grafica (abbastanza riuscita, a dire il vero), salvo poi ripiegare verso le ultime scene per un’attrice in carne e ossa con tanto di tutina color bianco farina: visivamente un pugno nell’occhio, sebbene i movimenti della comparsa siano molto ben riusciti. A farne le spese di tutto ciò, ovviamente, il tediato spettatore.

“Tensione”, dicevamo. Nella pellicola non c’è la minima traccia di tensione, nemmeno nella scena iniziale che ambisce inutilmente a essere una delle due scene portanti del film. Anzi, la mancanza di tensione è tale che la protagonista ha perfino il tempo di abbandonarsi a un lungo soliloquio di natura esistenziale. Da una parte c’è quindi una regia svogliata, che si perde in inquadrature troppo lunghe o troppo piatte; dall’altra – e questa è forse la pecca più grande – la volontà della produzione di farne un film “solo leggermente horror”, in modo da richiamare nei cinema il maggior numero di spettatori e di arrivare ad avere una maggiore diffusione in Asia, dove le pellicole di genere sono fortemente soggette a restrizioni. La ciliegina sulla torta di questa strategia è stata affidare il ruolo della protagonista a Haruka Shimazaki, membro della fin troppo nota pop band (ci vuole coraggio a definirla così…) AKB48 (e chi ha prodotto la pellicola? Yasushi Akimoto, ovviamente, creatore delle AKB48). Che dire? L’obiettivo in sé è stato centrato, ma al costo di demolire un film che, prodotto e girato con altre intenzioni, avrebbe invece potuto godere di un successo più decoroso, come è stato ad esempio per Kuroyuri danchi (“The Complex”, 2013), per l’appunto prodotto da Akimoto e girato da Nakata.

Di tutto questo noioso sfacelo restano un paio di spunti interessanti. La bambola, che da completo oggetto inanimato, recipiente dello spirito della defunta che intende rappresentare esclusivamente nelle fattezze, arriva a nutrirsi della propria invidia e del rancore nei confronti di chi continua a vivere e uccide per tornare essa stessa alla vita, divenendo così una sorta di “bambola zombie”. E, secondo, il tema che cerca di affrontare il dramma teatrale in quelle poche battute che non sono state epurate: l’invidia degli esseri umani per ciò che, immutabile, resiste allo scorrere del tempo nella forma e nei lineamenti originari, senza perdere lo splendore e la freschezza primordiale.

Ma il nostro Nakata può dormire sogni tranquilli: è improbabile che questa pellicola resista alla impietosa scure della critica attraverso gli anni…al contrario di altre sue opere.

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Nico Parente

Autore: Nico Parente

Pubblicato il 16 mag 2016 alle 9:59 am

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