Revenant: l’odissea di Leonardo Di Caprio per Iñárritu

Revenant: l’odissea di Leonardo Di Caprio per Iñárritu

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Perché nel mezzo di una tempesta se guardi i rami di un albero giureresti che stia per cadere. Ma se guardi il suo tronco ti accorgerai di quanto sia stabile.

Tanto fragile potrebbe apparire un uomo in lotta con la morte certa, solo, abbandonato a se stesso. Quanto forte per vincerla più volte. È l’impresa raccontata dal premio Oscar Alejandro Gonzalez Iñárritu in Revenant – Redivivo, quella di Hugh Glass esploratore e cacciatore di pellicce. Nel 1823 partecipò ad una spedizione lungo il fiume Missouri, sopravvivendo al terribile attacco di un orso e all’abbandono da parte dei compagni più vigliacchi. Nei panni dell’inarrestabile “trapper” Leonardo Di Caprio che, mettendo da parte la “febbre da Oscar” che la stragrande maggioranza del pubblico gli augura finalmente di vincere, si cala con naturalezza e intensità nei panni di un uomo disperato, in balia del costante alito della morte, separato con violenza dal suo amatissimo figlio, discendente della tribù indiana dei Pawnee. La natura selvaggia, il gelido inverno, i nativi indiani in cerca di giustizia e le ferite mortali su tutto il corpo sono gli ostacoli che Glass dovrà superare per compiere la sua vendetta ai danni dello spietato compagno John Fitzgerald interpretato da Tom Hardy, rabbioso farabutto.

Girato per nove difficili mesi tra il Canada e la Terra del Fuoco, in Revenant, Iñárritu ha saputo sfruttare la naturale e suggestiva bellezza dei paesaggi, protagonisti non secondari del film, grazie anche alla bravura del direttore della fotografia Emmanuel Lubezki che si è servito esclusivamente di luce naturale per consegnare totalmente la spettacolarità della natura. Nei lunghi piani sequenza delle lotte, Iñárritu dimostra nuovamente la sua predilezione per questa tecnica e trascina lo spettatore in mezzo alla neve e al fango, tra frecce e polvere da sparo. Una colonna sonora potente ma non invasiva, che ci consegna le impressioni di un’epoca perduta e di posti ancora selvaggi. Il resto è, naturalmente, nelle mani (e negli occhi), del protagonista indiscusso della pellicola: Di Caprio, tanta rabbia in corpo, un corpo segnato dagli attacchi dell’orso ma tanto forte da trascinarsi con forza alla sua “resurrezione”, tra continue visioni e un mantra continuo in testa, ricordo indelebile della moglie pellerossa. Commoventi i suoi occhi cielo pieni di ostinazione, così limpidi da lasciar trasparire ogni “movimento d’anima”.

Hugh Glass nel suo strisciare sembra quasi un prolungamento del personaggio di Jordan Belfort, il protagonista di The Wolf of Wall Strett, strafatto di pillole di Quaalude che carpona fin dentro la Lamborghini. Ma lo sguardo di Glass ha ben altro da comunicare e anelare: la giustizia che non si sa ancora bene se appartenga a Dio o agli uomini. E altro non ha se non il suo fortissimo legame di sangue, misto, meticcio, unico, che ci ricorda che, ad ogni latitudine, certamente, muove i più disperati e grandi gesti.

Caterina Sabato

 

 

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Caterina Sabato

Autore: Caterina Sabato

Pubblicato il 22 gen 2016 alle 6:42 pm

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