12
Set

RIDE – la recensione

Dagli autori di MINE, Fabio Guaglione e Fabio Resinaro, viene partorito il film a metà tra videogame ed action-thriller diretto da Jacopo Rondinelli RIDE.

Kyle (Ludovich Hughes) e Max (Lorenzo Richelmy), grandi amici accomunati dalla passione per gli sport estremi, necessitano entrambi di denaro: il primo per evitare di perdere moglie e figlia, il secondo per mettere in salvo la propria vita messa a rischio per via di un enorme debito di gioco. Entrambi un giorno ricevono un misterioso videomessaggio che li invita a prendere parte a una gara di downhill per una posta in gioco di 250.000 dollari. Mentre valutano l’offerta avanzata dalla segreta organizzazione denominata Black Babylon, i due vengono rapiti e costretti a gareggiare. Ma giunti alla terza fase del gioco scoprono di essere pedine di una corsa al massacro in diretta.

RIDE mescola l’aspetto videoludico al thriller, pescando a piene mani da diversi fortunati titoli: Hostel, lo stesso MINE, sino alla saga de La notte del giudizio, per citarne alcuni. La predominante soggettiva, le bellissime inquadrature che vedono protagoniste le acrobazie dei due rider e le suggestive location, assieme alle musiche adrenaliniche e motivazionali, fanno dell’esordio di Rondinelli un film granitico e dalla matrice ludica. Lo spettatore ha quasi l’impressione di stringere un joystick tra le mani, sino a quando non fa il suo ingresso in scena l’ambigua Claudia (Nathalie Rapti Gomez) e con lei la banda di bikers armati e mascherati che seminano terrore e morte lungo il percorso. Realtà e finzione si mescolano costantemente nel copione di Guaglione e Resinaro, che purtroppo inseriscono numerosi elementi superflui nella sceneggiatura non agevolando lo spettatore e puntando a un’ambiziosa prova che si rivela, di contro, un affastellamento di sottogeneri, citazioni e rimandi privo di una propria identità. Protagonista la rete, presente sotto molteplici forme: dalle telecamere al reality show. Ma purtroppo a dominare la scena è più l’ambizione autoriale degli sceneggiatori che non la critica alla tecnologia invasiva. Peccato. Prova coraggiosa comunque.

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