Sangue del mio sangue – Recensione

Sangue del mio sangue – Recensione

L’Inquisizione che nel XVII secolo condanna una monaca, Benedetta (Lidiya Liberman), accusata di stregoneria, ad essere murata viva nelle prigioni di Bobbio, perché sedotto e portato al suicidio un giovane prete. Il fratello Federico Mai (Pier Giorgio Bellocchio) che ottiene così la sua vendetta ma forse, in realtà, solo il modo per fuggire dalla passione verso questa criptica suora che lo ha divorato dentro.

Mai appunto: mai cedere, mai condannarsi all’inferno in nome della carne. E per il sangue del proprio sangue condannarsi ad una vita di ipocrisia e rinunce. Per secoli, fino a i giorni nostri. Un film, questo ultimo lavoro di Marco Bellocchio, in concorso alla 72esima Mostra del Cinema di Venezia, diviso tra passato e presente, sullo sfondo di una Bobbio (amata città natale del regista) tetra e affascinante.

Il conte Basta (Roberto Herlitzka) pratica “l’isolazionismo vampiresco” e preferisce “non esistere” per non provare più gioia alcuna, difendersi dall’esterno, fino a quando la freschezza di una bellissima ragazza, sicura e libera di vivere la sua sessualità, non smontano il suo mondo cupo e lo condannano alla luce.

Come Benedetta secoli fa, come questa giovinetta ai giorni nostri, la forza della passione, della carne non conserva nulla di sporco e corrotto come la morale cattolica ci ha sempre fatto credere, celando la sua misericordia dietro l’ordalia dell’acqua e del fuoco, verso atroci prove per sconfiggere il demonio. La corruzione dell’Inquisizione nel ‘600, quella del poter democristiano incarnato nella figura del conte.

Una suggestiva Nothing else matters dei Metallica, cantata da voci bianche, accompagna tutto il film, come una preghiera, una supplica di amore e protezione, contro il dolore, l’abbandono: la disperata voglia di inebriarsi di vita senza ostacoli.

E dalla stessa sala da pranzo de I pugni in tasca a Bobbio, dove l’irrequieto protagonista maturava uno dei più terribili delitti, il matricidio, che nel 1965 sconvolse le coscienze, alle prigioni, sempre di Bobbio, che aprono i cancelli, invece, alla speranza, alla bellezza, alla gioia della vita.

 

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Caterina Sabato

Autore: Caterina Sabato

Pubblicato il 11 set 2015 alle 3:55 pm

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