SINISTER, UNO SGUARDO NELL’ABISSO

SINISTER, UNO SGUARDO NELL’ABISSO

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Era il 1980 quando Ruggero Deodato provocò scalpore e indignazione nel pubblico e nella stampa italiana (e non solo) con il suo Cannibal Holocaust. Il film, che racconta la tragica morte di quattro reporter incaricati di fare un servizio sui cannibali del che vivono in una remota regione del Brasile, fu percepito da molti come estremo, ripugnante, insostenibile.

Non si trattò solo della tematica affrontata, né del realismo con cui la violenza viene mostrata, a scatenare polemiche. Quello che Deodato fece, fu di assestare un vero e proprio colpo basso alla sensibilità dello spettatore, e lo fece tramite l’espediente del film nel film.

Quando qualcuno mise in giro delle strane voci sostenendo che il documentario girato dai quattro reporter che si vede nel film fosse vero e che quei quattro ragazzi fossero davvero morti, mangiati vivi dai cannibali, la cosa fu così grossa che ci fu pure qualche funzionario della giustizia a crederci e a imbastire un processo contro il film. Ovviamente nulla di tutto questo era vero, ma il regista aveva ingannato l’occhio dello spettatore utilizzando dei trucchi (lo stile documentaristico, la camera a mano, il montaggio approssimativo, la scarsa qualità dell’immagine).

Deodato ormai aveva sollevato un velo che riabbassare sarebbe stato difficile da lì in avanti: esisteva un rapporto tra lo sguardo e la violenza filmata, e questo rapporto, tanto di ripugnanza quanto di dipendenza andava analizzato. In primo luogo per replicare, anche in maniera ironica, alla violenza mostrata, per tutt’altri scopi ideologici, da Jacopetti e Prosepri. Poi perché esiste nella mente dello spettatore una regione oscura in cui è tangibile il desiderio della violenza, dell’oscenità, del mostruoso. Regione in si era imbattuto Tobe Hooper nel 1974 con il suo Non aprite quella porta, che qualcuno fece passare per uno snuff.

Da quel 1980 ad oggi molti sono stati i film che hanno ripreso l’idea del “vero” documentario di Cannibal Holocaust, fra i tanti il più popolare è stato Blear Witch Project, che sulla rete passò per un vero documento sulla scomparsa di tre ragazzi in un bosco stregato. Ma per lo più si è trattato di film divenuti celebri per gli incassi ai botteghini, per qualche astuta mossa di mercato e qualche furbizia nella messa in scena, in alternativa a budget ristretti.

Chi ha dimostrato di voler rimettere tutto in discussione è stato Scott Derrickson, con Sinister, forse uno dei film horror più inquietanti degli ultimi anni.

Gli elementi di base del film sono quelli classici del cinema horror: una casa probabilmente infestata, una serie di spaventosi delitti sui cui il protagonista, scrittore fallito, sta indagando, un demone mangiatore di bambini.

A regnare sono le tenebre della sala buia in cui vengono proiettati i filmini amatoriali di delitti rituali agghiaccianti in cui ogni volta un’intera famiglia viene uccisa, ad eccezione di uno dei figli, che scompare misteriosamente.

Sia chiaro, nessuno della produzione ha messo in giro voci sul fatto che le pellicole che si vedono nel film siano reali, ma quello che ci interessa è lo sguardo di Ellison Oswalt, proiettato sull’abisso. I filmini sono girati tutti in super 8, con una qualità spesso bassa e con un montaggio incerto che richiamo l’espediente, come abbiamo detto, all’epoca fin troppo convincente di Cannibal Holocaust. L’espediente funziona e come. Derrickson utilizza questi filmini amatoriali, comparsi misteriosamente nella soffitta della casa in cui Oswalt si è trasferito con la famiglia, per costruire un’atmosfera agghiacciante a cui fa da contrappunto la suspense per gli eventi inspiegabili che si verificano nella nuova abitazione.

In Sinister quello che manda in cortocircuito lo spettatore non è la semplice reiterazione dell’orrore, che si ripropone sempre più raccapricciante pellicola dopo pellicola, ma si tratta di cosa l’occhio percepisce di questo orrore e di come lo percepisce. In alcuni momenti del film, quando vengono proiettate le bobine in super 8, lo sguardo dello spettatore si identifica allo stesso tempo con quello del protagonista, scrittore in crisi, emotivamente instabile e avvezzo all’alcol, e quello dell’assassino misterioso scatenando una cortocircuitazione del pensiero, che è l’anticamera del puro orrore. Quello che lo spettatore/ Oswalt guarda con gli occhi dell’assassino non è un film, ma un abisso. La proiezione dei rituali di Moghul sono porte, i film sono estensioni spazio temporali, ampliamenti di una realtà che non coincide più solo con la fisicità materiale, ma divengono concretizzazione di forza malefica che è tale non solo perché è stata filmata, ma perché esiste l’occhio che guarda. Quando gli occhi di Oswalt tentano di sottrarsi alla scena dello sgozzamento della famiglia che dorme, come anche la mpd, la scena viene comunque riflessa sui suoi occhiali, come ribadire l’impossibilità del protagonista (e dello spettatore) di sottrarsi alla violenza. Lo sguardo che rende complici del demone viene guidato da un istinto che somiglia a quello del bambino che si compre gli occhi davanti a una scena paurosa, ma poi sbircia dalla fessura fra le dita.

Sinister ritrae l’inconscio di un’America cupa, malata, un abisso dal quale emergono gli incubi e i demoni di un male che colpisce i bambini, ovvero il futuro della società. Ma c’è anche con un senso amaro d’ironia nei confronti di un sistema che spettacolarizza la violenza e che non riesce più a comprendere dove finisca l’inchiesta e dove cominci il cinismo della speculazione, tema già presente nel secondo Halloween di Rob Zombie.

 

Edoardo Trevisani

 

 

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Autore: Edoardo Trevisani

Pubblicato il 2 lug 2014 alle 4:58 pm

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