SPECIALE – Dario Argento e il suo cinema – Part II

SPECIALE – Dario Argento e il suo cinema – Part II

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Altro elemento che contraddistingue l’operato di Argento è il suo protrarsi negli omicidi e l’efferatezza degli stessi, tecnica oltretutto, come in più occasioni dallo stesso regista affermato, ereditata dal cinema western e in particolar modo da Sergio Leone. Le tecniche di ripresa, seppur già eccellenti, si perfezioneranno sempre più con l’ammontare, all’interno della filmografia del regista, di svariati omicidi e serial killer. Con un cast composto da Tony Musante, Enrico Maria Salerno, Suzy Kendall e Eva Renzi tra i volti protagonisti, le musiche di Ennio Morricone (la quale presenza la dice lunga sulla collaborazione tra il giovane regista e Sergio Leone), gli elementi rivoluzionari inseriti in un thriller (anche se forse alcuni ripresi di Mario Bava) ed una originalissima trama, ispirata dal romanzo La statua che urla di Fredric Brown, Dario Argento stravolge i canoni del cinema di genere.

L’elemento innovativo che contraddistingue l’avvento del neo regista e la sua originalità in un così vasto e già da tanti prima di lui esplorato mondo, la si trova a livello contenutistico e concerne il movente che induce l’assassino ad uccidere: il trauma. Questo, infatti, sarà il filo conduttore di tutta la fortunata prima filmografia Argentiana. Dalla “trilogia degli animali” sino a Profondo Rosso, il suo film più celebre, le trame ideate dal regista fanno leva sostanzialmente su dati reali, concreti, materiali. Gli elementi soprannaturali arriveranno a farsi notare solo più tardi con l’arrivo della “trilogia delle Madri”. Proprio il basarsi su elementi che appartengono alla sfera psichica caratterizza l’incombenza della morte nelle pellicole del regista, che inducono lo spettatore a provare timore attraverso le atmosfere inquietanti e cariche di suspence. Il ritorno all’infanzia, nei suoi film, attraverso la sfera onirica e il ricordo rappresenta una delle principali ossessioni del regista. Ma se l’infanzia si è soliti accostarla ad aspetti lieti, sereni e gioiosi, lo stesso non avviene nei lavori del Nostro, dove questa assume connotazioni oscure, nere e macabre. Con Argento poi il prototipo dell’omicida con guanti neri, volto coperto e impermeabile scuro, introdotto da Mario Bava, viene affermandosi. Il 1970 sembra essere un anno prolifico per la giovane rivelazione, al quale arriva quasi in contemporanea col suo successo, la primogenita Fiore. L’anno seguente, cavalcando l’onda del successo ottenuto con L’uccello dalle piume di cristallo, Argento realizza il suo secondo film optando nuovamente per un titolo zoologico, Il gatto a nove code, ma stavolta senza che la vicenda raccontata giustifichi tale scelta. Strani fatti avvengono presso un rinomato Istituto scientifico dove si studia genetica. Carlo Giordani, un giornalista, con la complicità di Franco Arnò, un enigmista non vedente, indaga sulla morte di un medico dell’Istituto e su un misterioso furto. Presto si scoprirà che in quel Centro venivano condotti studi sulle alterazioni della mappa cromosomica, che avrebbero potuto rivelare l’indole di un potenziale assassino.

Sentii parlare di studi sui cromosomi che generano la violenza e, partendo da questa idea, cominciai a scrivere il soggetto de Il gatto a nove code.

DARDANO SACCHETTI

Il titolo del film lascia trapelare lo stile esagerato del suo autore, che se da un lato mira a proseguire sul filone “animalesco”, creando il secondo capitolo della trilogia degli animali, dall’altro scatena il suo aspetto più oscuro rifacendosi all’antico strumento di tortura definito appunto “gatto a nove code”. Spesso, durante varie interviste, è stato domandato al regista da cosa venisse mosso questo suo lato cupo, macabro, tendente all’immaginario sanguinolento, ma lo stesso non ha mai saputo dare una risposta ben definita. In più occasioni ha ricondotto questa sua vena artistica semplicemente alla sua cultura formativa. Vero è che i racconti di Edgar Allan Poe, coi quali egli ha un primo approccio in età infantile, esercitano una forte influenza sul suo estro creativo evidenziandone l’aspetto tetro. Ne Il gatto a nove code gli omicidi divengono ancora più accentuati, brutali; spesso le azioni dell’assassino vengono anticipate da un primo quadro sulla pupilla (caratteristica ricorrente nei film del regista), le musiche di Morricone si amalgamano perfettamente all’interno del girato e il cast, con nomi quali Catherine Spaak, James Franciscus e Karl Malden, funziona alla perfezione. Lo stesso Malden collabora ampiamente alla creazione di alcune sequenze del film. Il padre di Dario, Salvatore (produttore del film), si reca in America per selezionare  il cast. Il protagonista della storia, Carlo Giordani (James Franciscus), è un giornalista. Questa figura non è di certo casuale, bensì è fortemente voluta da Argento, il quale in tal modo mira a ripercorrere il suo passato da redattore, girando alcune scene proprio negli uffici del quotidiano presso cui, sino a poco tempo prima, ha lavorato. Anche in questa pellicola, come in quasi tutti i suoi lavori, Argento inserisce la figura del “diverso”, in questo caso specifico dell’omosessuale. Il regista tende ad includere in ogni suo lavoro la figura del gay o della lesbica, ma anche quella del semplice emarginato, del barbone o dell’artista incompreso. Ricorrente anche la figura anziana, soprattutto donna. Questa seconda fatica, a detta del suo stesso autore, pare subire un processo di elaborazione molto più spontaneo rispetto a quello de L’uccello dalle piume di cristallo. Il Gatto a nove code è un giallo che si accosta molto, per il suo stile, alla tradizione classica americana, pur conservando comunque un aspetto originale ed unico. Argento non è, tuttavia, l’ Hitchcock italiano, come qualcuno già afferma, ma è indubbiamente un autore molto originale che cerca la sua strada attraverso il ricorso ad elementi innovativi e rivoluzionari. Come il suo predecessore, anche Il gatto a nove code incontra poi diverse difficoltà, una volta pronto, con le case di distribuzione, soprattutto con quelle estere. Questo secondo capitolo firmato Argento viene girato interamente a Torino, scelta questa particolarmente influenzata dall’incontro tra il regista e un mago torinese in grado di prevedere in anticipo il successo del primo film nonché la data esatta d’inizio delle riprese, diversa da quella predefinita. Il chiaroveggente porta il nome di Arnò, proprio come l’enigmista cieco interpretato da Karl Malden. La donna, dunque, abbiamo avuto modo di accennare in precedenza che riveste nel cinema argentiano sempre dei ruoli fondamentali, mai marginali. Non a caso, difatti, le gesta efferate compiute nel terzo capitolo della trilogia, che consacra Argento a maestro del thriller italiano, Quattro mosche di velluto grigio, avvengono anch’esse per mano di una donna la quale, a causa del suo infantile trauma, mette in  pratica degli orrendi omicidi ricostruendo attorno a sé situazioni in grado di  riportarle alla mente il passato, il suo vissuto, così da agevolarla nel compiere la sua vendetta. Circondarsi di ciò che riporta alla mente momenti ed emozioni che hanno segnato in modo unico la nostra vita è un’azione abitudinaria di ciascuno di noi. Già la sola foto ricordo esprime al massimo questo concetto. Si racchiude in uno scatto un particolare momento che si sta vivendo per poi, proiettando sempre ogni nostra azione al futuro, riviverlo anche a distanza di anni attraverso il semplice ricordo, supportato dall’immagine sviluppata. Poter conservare memorie passate, che ci consentono di far riaffiorare in noi il ricordo di un preciso istante (romantico, tragico, felice o poco gradito), è un vantaggio, un punto a favore di chiunque voglia in qualche modo far suo, custodire un briciolo del suo vissuto. Talvolta però il ricordo non stimola in noi soltanto gioia o allegria: esso può infatti manifestarsi anche in forma negativa, angosciandoci. Pensiamo, ad esempio, a quando ci capita di osservare la foto di una persona a noi cara e purtroppo scomparsa: tendiamo a riportarla per pochi attimi in vita, quasi per convincerci che in qualche modo questa sia ancora tra noi, che non ci abbia abbandonato del tutto. Ciò può risultare per noi positivo, ma al contempo può intingerci di malinconico grigiore a causa del senso di tristezza che l’avvento della morte ci trasmette. Esattamente in tal modo, sempre secondo una mia personale ottica, interpreto gli stimoli di vertice che innescano, nelle pellicole argentiane, l’istinto omicida: l’assassino costruisce o meglio ricostruisce attorno a sé situazioni, fatti, circostanze in grado di riportargli alla mente l’evento traumatico subìto in passato così da agire in preda a un raptus di follia. Se fino a prima, dunque, nei film di genere il movente che spinge l’assassino ad uccidere si annida dietro ingenti eredità o relazioni amorose che non devono assolutamente essere rivelate, con l’avvento di Dario Argento la forza motrice che scatena nel killer la sua furia è giustificata dalla sua instabile condizione psicologica. È il 17 Dicembre 1971 quando nelle sale viene proiettato Quattro mosche di velluto grigio, capitolo conclusivo della Trilogia degli animali che marca ancor più fortemente il personalissimo stile del regista: Roberto Fabiani, un giovane musicista, è perseguitato da uno sconosciuto. Una sera decide di affrontare l’uomo misterioso, ma durante la colluttazione lo sconosciuto rimane ucciso dal suo stesso coltello. Un’altra figura misteriosa, col volto coperto da una maschera, fotografa la scena. Roberto non rivela l’accaduto a nessuno, ma riceve intanto delle lettere anonime contenenti le fotografie dell’omicidio. Gli incubi nel frattempo lo tormentano… Con la realizzazione di questo lavoro, Argento introduce per la prima volta la tematica onirica nel thriller.

Nico Parente (Antologia di un urlo, UniversItalia, 2013)4 mosche       gatto

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Nico Parente

Autore: Nico Parente

Pubblicato il 23 lug 2014 alle 12:47 pm

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