SPECIALE – Dario Argento e il suo cinema – Part III

SPECIALE – Dario Argento e il suo cinema – Part III

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È il 17 Dicembre 1971 quando nelle sale viene proiettato Quattro mosche di velluto grigio, capitolo conclusivo della Trilogia degli animali che marca ancor più fortemente il personalissimo stile del regista: Roberto Fabiani, un giovane musicista, è perseguitato da uno sconosciuto. Una sera decide di affrontare l’uomo misterioso, ma durante la colluttazione lo sconosciuto rimane ucciso dal suo stesso coltello. Un’altra figura misteriosa, col volto coperto da una maschera, fotografa la scena. Roberto non rivela l’accaduto a nessuno, ma riceve intanto delle lettere anonime contenenti le fotografie dell’omicidio. Gli incubi nel frattempo lo tormentano…

Con la realizzazione di questo lavoro, Argento introduce per la prima volta la tematica onirica nel thriller. Il ricorrente sogno dell’esecuzione capitale tramite la pratica della decapitazione, infatti, racchiude diversi e profondi significati. Anzitutto bisogna tener conto del largo uso che il regista fa del biancore, degli spazi caratterizzati dai colori chiari che si scontrano fortemente con le oscure e tetre trame dei suoi film, intinte di rosso sangue. La sequenza onirica è contraddistinta da uno spregiudicato ricorso al colore bianco e da una forte illuminazione, che mette ancor più in risalto la sciabolata che recide il collo del condannato. Se analizzato, poi, lo stesso atto della decapitazione lo si potrebbe ricondurre al mero atto del tagliare, del recidere, del privare di una determinata parte il resto del corpo: se osservato in maniera meno razionale e-o materialistico, l’atto del mozzare potrebbe essere anche inteso come un atto di castrazione. L’omicida del film rivela sul finale il movente che l’ha spinta a compiere le sue folli gesta e dichiara, colpevolizzando la figura paterna, quanto abbia sofferto a causa della pressante figura genitoriale, che non accettava di aver dato alla luce una figlia anziché un erede maschio. Costringendola ad indossare abiti maschili e ad avere le sembianze di un ragazzo, il padre ha dunque contribuito a castrare (da non intendere in senso prettamente letterale) la ragazza violando la sua sfera più intima, ossia privandola della sua reale natura ed identità. Puntando una pistola contro il marito la donna, negli ultimi minuti della pellicola, esplode un colpo ferendo Roberto al braccio. Da notare anche come Argento voglia in qualsiasi modo estremizzare gli atti violenti: Roberto è un batterista e colpirlo all’arto equivale a stroncargli la carriera. Tornando però ora nel vortice psichico del killer analizziamo per un attimo nello specifico la sequenza finale, concentrandoci sulle parole pronunciate dalla folle ragazza: “Ti ho preso a un braccio…? Soffri? Soffri, adesso..? Io ho sofferto per anni.. Quel porco di mio padre voleva un maschio.. era un militare.. non sopportava l’idea di aver avuto una femmina. Mi faceva vestire da ragazzo e mi picchiava perché imparassi a reagire come un uomo… poi disse che ero pazza… in manicomio i medici erano maschi, dappertutto maschi… quel maiale di mio padre morì prima che potessi ucciderlo… quando arrivasti tu, mi parve un miracolo, gli assomigliavi come una goccia d’acqua… tu sei mio padre!”.

Sono tanti i casi psicopatologici nei quali l’elemento scatenante di un forte trauma è attribuibile alle tiranniche figure genitoriali, solitamente quella paterna per il sesso femminile e viceversa. Ma non solo gli atteggiamenti violenti possono però causare forti crisi esistenziali o traumi. Il più delle volte, infatti, è proprio il legame morboso creato con la figlia o il figlio a generare veri e propri complessi paterni o materni. Forte di un soggetto ideato dallo stesso Argento, coadiuvato da Luigi Cozzi, di un’ottima sceneggiatura, di un cast che presenta nomi quali Michael Brandon, Mimsy Farmer, Jean-Pierre Marielle e un inaspettato Bud Spencer nel bizzarro ruolo di Dio e delle musiche scoppiettanti di Ennio Morricone, Quattro mosche di velluto grigio spalanca a Dario Argento le porte dell’Olimpo del terrore. Il nome di Argento è ormai sinonimo di brivido in Italia, ma anche all’estero ed è proprio in questo periodo di costante lavoro che la Rai accetta di produrre una miniserie di quattro film curati e presentati dal regista romano, esattamente nel pieno stile del suo idolo Alfred Hitchcock.

Questo giovane ragazzo italiano inizia a preoccuparmi.

ALFRED HITCHCOCK

 Ma se la sua carriera sembra procedere brillantemente, lo stesso non si può certo dire per la sua sfera privata poiché nel frattempo volge al termine la sua esperienza matrimoniale. Il regista si trova poi, per diversi aspetti legati all’ambito produttivo, a dover dirigere l’unica pellicola della sua carriera che si discosta totalmente  dall’ambito thriller e horror, Le cinque giornate (1973), interpretato da Adriano Celentano ed Enzo Cerusico. Inizialmente la regia di questo film viene assegnata ad un altro grande nome, mentre Dario e suo padre sono coinvolti nella produzione. Ritrovatisi improvvisamente senza regista però, gli attori ingaggiati per Le cinque giornate, ed in particolar modo Adriano Celentano, convincono Dario a dirigere il film. Ma le tematiche risorgimentali ed il genere storico-politico non si accostano bene al nome di Argento, che realizza comunque un lavoro di buona fattura, pur essendosi di gran lunga allontanato dai suoi stilemi. La scarsa resa del film induce Argento a riflettere su un probabile ritorno al thriller e così assieme allo sceneggiatore Bernardino Zapponi (1927 – 2000), questa promessa del cinema del terrore inizia a scrivere quello che diverrà il suo film più celebre: Profondo Rosso. Titolo strano, questo, che si sostituisce a La tigre dai denti di sciabola e che, se analizzato dettagliatamente, può significare tanto come anche nulla. Non compaiono più i riferimenti alle specie animali o ai numeri, bensì al colore: il rosso. Rosso come la passione che sicuramente questo intrepido regista dimostra verso il giallo ed il thriller, ma anche rosso come il sangue che in questo film, a differenza dei precedenti, scorre in maniera più accentuata. L’idea di fondo per la costruzione di questo capostipite del thriller nostrano e mondiale sorge spontaneamente nella mente di Dario, che suggerisce al collega Zapponi di voler introdurre la pellicola con un congresso di parapsicologia che si svolge in un teatro. Da qui prenderà forma un’inquietante e avvincente vicenda, ambientata in una Roma non convenzionale e misteriosa, pronta a dettare nuove regole al genere. Sangue, morte e curiosità sin dai primi minuti vengono serviti allo spettatore: i titoli di testa e la colonna sonora s’interrompono per far posto a una breve sequenza intrisa di elementi natalizi. Un’ombra aggredisce un’altra ombra proiettata sulla parete, un coltello macchiato di sangue cade violentemente sul pavimento, due gambe infantili si avvicinano alla lama e la musica riprende assieme ai titoli di testa. L’evolversi della trama individua indizi legati a trascorsi indicibili, carichi di un’aura sinistra. Argento carica l’intera pellicola di perplessità: l’assassino potrebbe essere chiunque tra i personaggi. Sono tanti poi gli elementi presenti nel film che si riallacciano a quanto detto nelle precedenti pagine. Soprattutto innumerevoli sono quelli legati all’infanzia: la nenia, la leggenda del bambino urlante, le bambole utilizzate dall’assassino per i suoi rituali di morte, il bambolotto, il disegno. Come già detto, tutto ciò che è infantile desta subbuglio nella figura adulta e lo stesso Zapponi in una delle sue ultime interviste cita testuali parole: “Tutto ciò che è infantile è inquietante!”. Se, quindi, sin dall’età Seicentesca il bambino viene descritto non più seguendo lo stereotipo della figura angelica e innocente, ma come un essere da tenere a bada, da controllare poiché in lui è insita una metà oscura malvagia e fortemente dannosa se sprigionata, in Profondo Rosso tutto ciò si materializza nella figura di Olga, la figlia del custode della villa, teatro di vecchi fatti di sangue. Olga si diverte a seviziare animali ed è fortemente attratta dal gusto per l’orrido ed il macabro: elementi che, se accostati all’infante, creano un’atmosfera mistica attorno alla piccola creatura, sconvolgendo lo spettatore. La peculiarità di Profondo Rosso è insita nel fatto che quest’opera non si presenta come il solito thriller. Il film in questione si differenzia sotto diversi aspetti da tutti i gialli in circolazione in questo periodo. Anzitutto, pur essendo un thriller, il film presenta diversi richiami all’horror e al gotico più classico. Ogni delitto si compie in maniera differente, ma non è questo a rappresentare la novità, bensì quest’ultima risiede nelle modalità: l’annegamento nell’acqua bollente, il viso sbattuto contro gli spigoli, i colpi di mannaia ed i vetri infranti che si conficcano nella gola. Tutte sensazioni facilmente percepibili che consentono allo spettatore di immedesimarsi nel ruolo della vittima, provando così i brividi lungo la schiena. La stessa sequenza finale mozza il fiato: l’assassino viene decapitato, dopo essersi avvinghiato accidentalmente, utilizzando il rimando dell’ascensore. Gli effetti speciali in quest’ultima scena, così come il bambolotto meccanico e il cadavere mummificato che viene trovato all’interno della “villa del bambino urlante” vengono realizzati dal mitico Carlo Rambaldi (presente anche in Quattro mosche di velluto grigio e artefice dei cani vivisezionati ne Una lucertola con la pelle di donna di Lucio Fulci), creatore di personaggi quali E.T., Alien e King Kong. Quella del rimando è una caratteristica di alcuni ascensori un tempo presenti solo in qualche vecchio edificio: una volta giunto al piano desiderato, l’ascensore, pigiando il pulsante del rimando, discendeva nuovamente al pian terreno. Lo stesso ascensore rappresenta un ulteriore elemento cupo ed inquietante e, difatti, per questo spesso presente nei film di genere. Avanzando una mia personale ipotesi, ritengo che l’ascensore possa suscitare angoscia in quanto mezzo di trasporto verso i due poli: l’alto e il basso. Trovandoci in ambienti a noi sconosciuti non possiamo sapere cosa ci attende una volta giunti ad uno dei due estremi. È un pò come spingersi verso l’ignoto, verso il buio, verso l’inconscio. È proprio sul set di Profondo Rosso poi che Argento, conclusa la sua breve relazione con l’attrice Marilù Tolo, conosce Daria Nicolodi, suggeritagli dallo stesso Bernardino Zapponi, e poi divenuta sua compagna. Nata a Firenze il 19 Giugno 1950, Daria Nicolodi cresce in un ambiente familiare prettamente dedito alla musica. Il nonno della piccola è Alfredo Casella, uno dei più grandi musicisti del Novecento. Il padre di Daria è un avvocato, ma muore disgraziatamente in seguito ad una caduta da cavallo, mentre la madre è una studiosa di lingue antiche. Cresciuta in un ambiente prettamente intellettuale, sin dalla giovanissima età viene avvicinata dalla nonna al mondo dell’occultismo. A soli 14 anni, Daria, debutta con una giovane compagnia teatrale fiorentina ed una volta diplomatasi si trasferisce a Roma, dove si iscrive all’Accademia di Arte Drammatica. Dopo varie esperienze di recitazione, anche in dei musicals, Daria debutta sul grande schermo nel 1970 partecipando a Uomini contro di Francesco Rosi e nello stesso anno recita per Ronconi ne L’Orlando furioso. Dopo diverse esperienze teatrali e cinematografiche al fianco di grandi nomi, tra i quali anche Carmelo Bene, che scrittura l’attrice per il suo Salomè, nel 1975 Daria giunge sul set di Profondo Rosso, film che la porterà ai vertici della notorietà. Nasce proprio in quest’occasione la relazione amorosa tra l’attrice fiorentina e il regista, nonché la loro duratura collaborazione sui set.

Il 7 Marzo 1975 nelle sale italiane esce il nuovo thriller firmato Dario Argento, che vede la partecipazione di David Hemmings, Daria Nicolodi, Gabriele Lavia, Clara Calamai, Macha Méril e tantissimi altri interpreti straordinari: durante un congresso di parapsicologia, Helga Ulmann, una famosa medium, capta fra il pubblico presente in sala una figura sinistra e sanguinaria. La sera stessa la medium viene massacrata nella sua stessa casa e Mark, un pianista americano che insegna musica a Roma, assiste casualmente all’omicidio. Entrato in casa della donna, Mark non riesce a trarla in salvo, ma nota un particolare molto importante che però non riesce a rammentare. Nel frattempo conosce Gianna Brezzi, una giornalista, la quale lo aiuterà nelle sue indagini. L’assassino intanto continua a mietere vittime…

Nella filmografia argentiana, e in Profondo Rosso presente in maniera più accentuata, un elemento non di poco conto è la casualità. Profondo Rosso non segna però solo il sodalizio tra la Nicolodi ed Argento, ma anche la lunga e duratura collaborazione tra il regista ed un gruppo di giovani musicisti provenienti dal conservatorio: i Goblin. Il progetto musicale, nato dall’unione di Claudio Simonetti (tastiere) e Massimo Morante (chitarra) prende forma nei primissimi anni Settanta. È il 1973 quando questi due giovani musicisti pieni di sogni e speranze partono per Londra dove incontrano il noto produttore discografico Eddie Offord, il quale accetta di produrre il loro album. L’anno seguente, con l’aggiunta di Carlo Pignatelli al basso e Carlo Bordini alla batteria, formano gli Oliver. La band farà nuovamente tappa a Londra per registrare del nuovo materiale. La loro originale proposta è un rock progressive ipnotico e atmosferico. Carlo Bixio, direttore e produttore della Cinevox, propone gli Oliver a Dario Argento, che cerca una band rock per il suo nuovo film. Dopo aver ascoltato le loro musiche, Argento decide di far comporre a queste giovani promesse la colonna sonora di Profondo rosso: secondo il progetto iniziale avrebbero dovuto arrangiare ed eseguire le musiche del famoso jazzista Giorgio Gaslini, già a lavoro sul film. Dopo alcune discussioni con Argento, Gaslini però abbandona la composizione e Dario chiede ai ragazzi di completare il lavoro di stesura dei brani principali. Con Walter Martino alla batteria (al posto di Carlo Bordini), il gruppo cambia nome in Goblin e inizia a registrare la colonna sonora del film: Profondo Rosso, Death Dies e Mad Puppet sono tra i titoli principali. Nel 1975 i Goblin ottengono grazie a questa colonna sonora un successo clamoroso aggiudicandosi il Disco d’Oro e vendendo, nel solo primo anno di uscita, un milione di copie e rimanendo per cinquantadue settimane, di cui sedici al primo posto, nelle classifiche di vendita. Con Profondo Rosso, quindi, il nome di Argento raggiunge l’apice del successo. La città in cui il film è ambientato non esiste realmente; Roma e Torino si mescolano, girando in esterni in questi due luoghi e nelle loro immediate vicinanze, reinventando spazi urbani e architetture ed esaltandone le più inquietanti caratteristiche. Il thriller cambia rotta. Profondo Rosso rappresenta la sintesi di tutti gli aspetti più tetri inseriti dal regista nei suoi film precedenti. Il primo elemento che emerge dalla visione dei thriller argentiani è che in nessun caso l’assassino compie i suoi omicidi per impeto o per motivi futili: tutti i delitti sono ancorati a profonde radici, che si possono sempre rivenire in un trauma che ha segnato per sempre la psiche dell’assassino. Il cinema di Dario Argento può essere considerato un percorso analitico che il regista, attraverso lo sviluppo della trama, compie quasi come fosse un esperto analista, raggiungendo i più oscuri meandri della mente umana.

“L’assassino è uno schizofrenico paranoico. L’individuo che uccide con quella furia lo fa solamente quando è in preda a un raptus”.

Questo è quanto spiega il Prof. Giordani al pianista-testimone oculare Mark in Profondo Rosso. Nel thriller argentiano, poi, l’omicidio non avviene mai in luoghi schematizzati e definiti, ma sempre in ambienti legati al quotidiano, alla normalità della vita (case, piazze, giardini pubblici…). Attraverso tale scelta stilistica il regista tende ad aumentare la suspence nello spettatore, sottolineando il fatto che il male, il pericolo, lo stato di tensione, si insidia ovunque. Come precedentemente accennato, molto spesso nei film di Dario Argento l’assassino appartiene al mondo della “diversità” o alla sfera del gentil sesso, ma con la sottile particolarità che l’assassina non è mai la tipica bella e attraente; al contrario, il regista si avvale di attrici anziane o di figure che spesso ricordano donne a lui vicine. Argento, infatti, tende ad inserire nelle sue opere diversi cenni autobiografici. In Quattro mosche di velluto grigio, ad esempio, il rapporto burrascoso tra Roberto e Nina, i protagonisti del film, riflettono il periodo di crisi che in quel momento il matrimonio del regista sta attraversando. In Profondo Rosso, invece, Argento fa un esplicito riferimento alla sua ormai conclusa relazione con l’attrice Marilù Tolo. È proprio Daria Nicolodi, che diviene di lì a breve la compagna del regista, nel corso di una scena a gettare nel cestino una foto con in primo piano il volto di una sosia della Tolo. Lo stesso personaggio di Gianna Brezzi, sempre in Profondo Rosso, racchiude molto di Dario: il regista è come se trasportasse sé stesso in una versione femminile. Nei lavori di Argento è possibile, oltretutto, reperire tanti elementi in cui innovazione e classicità si mescolano. Originale è, invece, sempre la scelta delle musiche: egli mira difatti a creare un insolito, ma perfetto connubio tra musica classica e hard rock. La colonna sonora risulta violenta, d’ impatto, picchia duro il timpano dello spettatore brutalizzando quest’ultimo sia attraverso il terrore visivo, sia attraverso i suoni raccapriccianti che accompagnano le scene violente. Mi preme sottolineare la grandezza dell’estro creativo di questo genio del brivido, nel quale non risiede alcuno schema ricorrente e fa sì che la trama di un suo film prenda vita semplicemente da una piccola idea, da un dettaglio, che dilatandosi dà poi forma ogni volta a un capolavoro diverso. Dalla relazione con Daria Nicolodi nasce, il 20 Settembre del 1975, Asia, che intraprenderà una fortunata carriera da attrice prima e da regista in seguito. Profondo Rosso segna il passaggio del suo autore dal cinema thriller all’horror puro. Il film in questione è, infatti, intriso di elementi appartenenti ad entrambi i generi. Proprio questo lavoro assegna ad Argento la nomina di “erede” di Alfred Hitchcock. Un’altra peculiarità che emerge dall’analisi della filmografia argentiana è l’inserimento, nella maggior parte dei lavori, della figura del musicista. Lo stesso regista non ha mai saputo dare una valida spiegazione a questa sua scelta stilistica e pertanto mi cimento in una mia personale interpretazione. È certamente rinomata la sfrenata passione di Argento per la musica, come difatti già lo stesso titolo Profondo Rosso rivela: infatti, si è da sempre dichiarato fan della celebre hard rock band Deep Purple, tanto da voler rendere tributo ai famosi rockers di Hertford (U.K.) traendo spunto per il titolo di un suo film proprio dal nome del loro progetto.

Nico Parente (“Antologia di un urlo”, UniversItalia 2013)

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Nico Parente

Autore: Nico Parente

Pubblicato il 5 set 2014 alle 11:36 am

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