SPECIALE – Dario Argento e il suo cinema – Part V

SPECIALE – Dario Argento e il suo cinema – Part V

È il febbraio del 1977 quando nelle sale italiane viene proiettato Suspiria. Il film sbanca ai botteghini e regala molta fama ad Argento anche negli Stati Uniti e in Giappone. Proprio in occasione della promozione di questo film negli Usa, infatti, Dario incontra George Romero (La notte dei morti viventi) iniziando così a dar forma all’idea di una co-produzione italo americana. Dario, con il supporto del fratello Claudio, decide di finanziare il nuovo progetto di Romero, Dawn of the dead, meglio noto in Italia come Zombi. Il film si rivela un gran successo. Dario prosegue la sua carriera dando alla luce un nuovo capitolo dedicato al ciclo delle Tre Madri; il regista rimane, quindi, ancora vicino alle tematiche soprannaturali con la realizzazione di Inferno.

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Rose Elliot entra in possesso di un antico libro, “Le Tre Madri”, nel quale si racconta di tre dimore maligne costruite da tale architetto Varelli e situate rispettivamente a Friburgo, New York e Roma. Rose scrive una lettera al fratello Mark, il quale si trova a Roma per motivi di studio, per informarlo del libro. Un’amica di Mark, Sara, legge la lettera e si reca in biblioteca per cercare il misterioso libro, ma una volta lì viene aggredita da uno strano uomo. La ragazza fugge, ma viene orribilmente uccisa nel suo appartamento assieme ad un suo conoscente… Presto Mark si metterà sulle tracce della sorella.

Questo secondo capitolo della Trilogia delle Madri si pone come obiettivo quello di offrire allo spettatore un filo conduttore tra il sangue sparso in Suspiria e quello versato in questa seconda oscura vicenda, annunciando anche un terzo appuntamento col mondo esoterico e paranormale, ma che tarderà ad arrivare. Se la precedente opera segna l’approccio del regista con il mondo della stregoneria, con Inferno egli ci presenta il Male osservandolo da una più vasta angolatura, non confinandolo all’interno di una precisa definizione. Le intere situazioni presenti in questo film si mostrano eccessive, violente, tanto da sembrare quasi illogiche. Cadaveri decomposti, figure mostruose e morti assurde prevalgono per l’intera durata del film. In Inferno poi un ruolo di primo piano lo assumono gli animali, rivestendo valori simbolici molto particolari: i gatti vengono presentati spietati e aggressivi, così come i topi che divorano l’anziano antiquario Kazanian, acerrimo nemico dei gatti. L’assurdità e la spietatezza negli omicidi, così come in Suspiria, è un elemento di rilievo all’interno del film: quando Kazanian grida aiuto, ad esempio, si vede accorrere un ambulante armato di un grosso coltello che anziché prestare soccorso all’anziano, lo uccide. I parallelismi con Suspiria, insomma, son tanti. Anche il finale è facilmente riconducibile a quello della precedente opera: mentre in Suspiria Susy si scontra con Mater Suspiriorum, qui Mark lotta con Mater Tenebrarum per poi mettersi in fuga mentre la dimora maledetta viene avvolta dalle fiamme (esattamente come l’accademia di danza in Suspiria).

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La fotografia e le scenografie, seppur non raggiungono i livelli eccelsi di Suspiria, sono comunque molto curate, così come anche le tecniche di ripresa. Il cast è ottimo  (Eleonora Giorgi, Alida Valli, Daria Nicolodi, Leopoldo Mastelloni, Irene Miracle, Gabriele Lavia…) e le strepitose musiche composte da Keith Emerson  accompagnano le scene più avvincenti del film. Degno di nota anche l’inserimento del Va Pensiero, tratto dal Nabucco di Giuseppe Verdi. La risposta del pubblico a tutto ciò è ottima, ma i botteghini non registrano comunque gli incassi del precedente film. Non intenzionato a portare a compimento la Trilogia delle Madri subito dopo l’uscita di Inferno, Argento avverte il bisogno di tornare ad operare sui suoi stilemi soliti e pertanto ripercorre nuovamente la via del thriller.

Tenebre (1982) viene quindi realizzato successivamente ai due horror per eccellenza del maestro del brivido italiano. Sin dal titolo, questa particolare opera, si presta ad un’attenta analisi: il direttore della fotografia è nuovamente Luciano Tovoli (Suspiria) ed il titolo si mostra contraddittorio con il contenuto della pellicola, molto luminosa. Persino le sequenze notturne risultano essere fortemente accese. Non è infatti casuale la scelta della location: il film viene girato interamente al quartiere romano Eur, area capitolina molto lucente e marmorea. Il giusto ricorso alla luce del sole o ai riflettori  contribuisce poi a donare alla pellicola un effetto molto chiaro. Un’ulteriore  meritevole elemento è dato dalla presenza di molte giovani attrici, alcune debuttanti, tra cui è possibile individuare anche un’attraente Veronica Lario.

Lo scrittore Peter Neal giunge a Roma per presentare il suo libro “Tenebrae”. Il soggiorno di Neal si trasforma in un orribile e sanguinario incubo. Un maniaco mette a segno una serie di tremendi delitti, ispirandosi alle pagine del romanzo e coinvolgendo l’autore nel suo gioco, con una serie di spaventose minacce.

Tenebre viene fortemente stroncato dalla censura per via della sue cruente scene. In Inghilterra, ad esempio, la locandina originale del film, che mostra la testa di una ragazza con la gola tagliata, viene pesantemente modificata sostituendo il rivolo di sangue con un fiocchetto. In  Tenebre gli omicidi sono lunghi, sofferti ed eccessivi. Il sangue scorre a fiumi. Personalmente ritengo sia uno dei lavori più estremi realizzati da Argento: amputazioni, accette che si conficcano in pieno cranio, colpi di rasoio che si sprecano. La trama è più intrigata del solito. Quando l’incubo sembra essere terminato, lo spettatore viene colto di sorpresa da un duplice finale. Argento concentra in questa celebre opera tutte le caratteristiche precedentemente elencate: proprio sul finale di Tenebre, infatti, è possibile vedere come i ruoli si invertano tempestivamente trasformando la vittima in carnefice. Le urla strazianti di un’ affascinante Daria Nicolodi (qui nel ruolo di segretaria di Peter Neal), coadiuvata sul set da uno scaltro capitano Germani (Giuliano Gemma), da un grandissimo Anthony Franciosa nei panni di Peter Neal, da John Steiner, John Saxon, Mirella D’Angelo, Ania Pieroni e tantissimi altri bravissimi attori, risuonano su un sanguinolento massacro finale che pone fine all’assurda serie di delitti. La musica composta per l’occasione dal trio Simonetti, Morante, Pignatelli incute spavento sin dal prologo: mentre delle mani guantate sfogliano le pagine di un libro, davanti al fuoco di un camino, una voce fuori campo (quella dello stesso Dario Argento) legge le seguenti agghiaccianti parole: “L’impulso era diventato irresistibile. C’era una sola risposta alla furia che lo torturava. E così commise il suo primo assassinio. Aveva infranto il più profondo tabù e non si sentiva colpevole, né provava ansia o paura, ma libertà. Ogni ostacolo umano, ogni umiliazione che gli sbarrava la strada poteva essere spazzata via da questo semplice atto di annientamento: l’ omicidio!”.

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Il titolo del libro da cui è tratta questa citazione è Tenebrae e l’autore è il giallista Peter Neal. Si riscontra facilmente in questo film del particolare autocitazionismo del regista: oltre a ripetersi, nonché a perfezionarsi sempre più dal punto di vista stilistico, egli inserisce un particolare riferimento al suo vissuto, alla sua infanzia. Più volte, difatti, Argento ha dichiarato di essersi accostato al panorama tetro, nero e horror proprio grazie alle sue letture infantili scritte per mano di Poe, Lovecraft e altri grandi autori della letteratura macabra. Il libro, dunque, funge da spunto per l’omicida in Tenebre esattamente come funge per il regista da ispirazione, in età infantile, per le sue prime visioni sanguinarie, poi tramutatesi in vere e proprie opere d’arte. L’autore stesso del libro, infine, si svela essere l’omicida: voler concretizzare sul piano reale quanto racchiuso in un’opera letteraria riporta alla mente l’impatto che il regista ha subìto con le sue prime letture. Il vissuto si presenta ancora una volta inserito in un contesto artistico. Tenebre accentua la scelta stilistica del regista di inserire all’interno dei suoi film coloro che la società definisce e considera “diversi”: l’omosessuale, la lesbica, la cleptomane, la prostituta. L’opinione e il pensiero liberale di Argento nei confronti di tali soggetti è possibile individuarla nella scena in cui Neal viene intervistato dal critico Cristiano Berti, il quale si definisce altamente cattolico e addita i personaggi del romanzo Tenebrae (omosessuali, lesbiche, ecc..) definendoli “pervertiti”. Di contro, lo scrittore, chiarisce la sua posizione specificando che egli non li ha mai ritenuti tali. Ancora una volta una forte critica sociale nei confronti del bigottismo viene mossa attraverso la realizzazione di una pellicola di genere. Ma non sempre di mera finzione è intriso il mondo del cinema e pare infatti che ad Argento l’idea del film sia venuta dopo esser stato perseguitato da un suo particolare ammiratore. Il film nasce da un’esperienza terribile che il regista vive in prima persona ricevendo alcune telefonate minacciose da parte di un fanatico che si definisce “Il grande punitore”, divenuto in Tenebre “Il grande corruttore”. Argento narra questa sua agghiacciante esperienza durante una puntata de Io e… il telefono, un programma televisivo Rai trasmesso all’epoca di Tenebre. Quanto appena detto mi concede l’opportunità di sollevare un’ulteriore peculiarità dell’artista: egli, attraverso i suoi film, oltre a dar modo di esprimersi al suo immenso lato creativo, spaziando tra i vari generi (abbiamo visto la necessità di passare dal thriller all’horror per dar sfogo alle sue esigenze espressive), approfitta per raccontare sé stesso, le sue personali vicende, le sue ossessioni, i suoi tormenti e le sue fobie. Esorcizza, facendo leva sulla sua fantasia e creatività, ciò che lo terrorizza e lo inquieta. Tenebre rimane certamente uno dei film più complessi e innovativi di Argento, soprattutto per la bellezza estetica degli omicidi. Per Dario Tenebre rappresenta un ritorno alle origini. Dopo le gotiche ed esoteriche escursioni dei due precedenti lavori, il regista torna a muoversi all’interno di atmosfere realistiche, sviluppando una trama labirintica intessuta di dettagliate concatenazioni causali. Proprio per la violenza e lo splatter contenuti nel film, la censura impone il divieto ai minori di 18 anni, lasciando fuori dalle sale una grossa fetta di pubblico fedele al genere. Nel frattempo si conclude la relazione con l’attrice Daria Nicolodi, ma continua la loro collaborazione in ambito professionale. Daria Nicolodi la ritroviamo, infatti, nel successivo film di Argento: Phenomena (1985). In questo lavoro Argento mescola sapientemente gli elementi puramente horror con quelli appartenenti al cinema thriller. Il risultato è complesso, ma funziona.

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Jennifer, una ragazzina americana giunta in un esclusivo collegio svizzero, si ritrova coinvolta in una serie di atroci delitti. Con l’aiuto di un entomologo paraplegico e del suo fedele scimpanzé, Jennifer scopre l’identità del maniaco che da anni semina il terrore tra le fanciulle. La giovane protagonista riuscirà a salvarsi grazie al rapporto telepatico che riesce a instaurare con gli insetti e le varie forme animali.

Il film si apre con un cruento omicidio, del quale a farne le spese è Vera Brant, interpretata dalla figlia del regista, Fiore Argento. Phenomena è una continua esplorazione nel mondo della natura, in particolar modo della sfera animale e del suo rapporto con l’uomo: la protagonista, Jennifer (Jennifer Connelly), ha la capacità di comunicare telepaticamente con gli insetti; il professor John McGregor (Donald Pleasance) condivide la sua casa con Inga, una scimpanzé; gli sciami di api e mosche padroneggiano per larga parte del film e gli immancabili vermi seminano indizi necessari ad individuare la dimora del folle maniaco necrofilo. Ma la natura viene posta al centro dell’attenzione anche sotto un profilo più astratto: il soffio incessante del vento della “Transilvania della Svizzera” sibila tra i prati e le vallate, facendo giungere la sua brezza sin sulla pelle dello spettatore. Dopo la brutalità espressa in Tenebre, il regista avverte la necessità di riversarsi nuovamente sulla componente onirica e fiabesca e lo fa attraverso questo eccelso lavoro ambientato nel Canton Ticino. L’originalità di questa pellicola risiede nel fatto che, mentre in altri lavori argentiani il protagonista indaga sui delitti e sulle macabre vicende facendo appello alla sua memoria, in Phenomena Jennifer si lascia guidare, supportata dal Prof. McGregor, dalle sue doti extrasensoriali e chiede aiuto ai tanto da lei amati insetti, che le permetteranno di scovare il rifugio dell’assassino e di far luce sulla scia di sangue abbattutasi tra le ragazze del collegio Wagner, dove Jennifer alloggia. La trama è ispirata ad un reale fatto di cronaca riguardante la cattura di un maniaco avvenuta per mezzo di alcuni insetti. Dario Argento si presenta visionario, sognatore e mistico come non mai. Certamente non manca il solito riferimento alla “diversità” che in questo lavoro lo si individua facilmente nella stessa Jennifer: una ragazza dallo sguardo bellissimo e innocente che adora gli insetti, simbolo secondo la tradizione biblica del Male. L’accostamento di una bellissima fanciulla a degli esseri animali così orripilanti e tanto disprezzati dalla maggior parte degli uomini racchiude quel senso di diversità che al regista tanto preme sottolineare. Bene e Male si mescolano dando vita ad una creatura dai poteri strabilianti. Sul set la Connelly lavora al fianco di un’inquietante Daria Nicolodi e di una misteriosa Dalila Di Lazzaro, perfettamente calatesi nei loro ruoli. Tante possono essere le analogie con Suspiria: il collegio femminile, le insegnanti malefiche, la nuova arrivata che pone fine alle folli gesta e molto altro. La colonna sonora, che sin da subito travolge e suggestiona lo spettatore accompagnando la raccapricciante sequenza di un brutale omicidio con le note di Valley, lascia poi spazio, oltre chè a degli altri bellissimi brani eseguiti da Simonetti & co., anche ad alcuni pezzi puramente heavy metal. Personaggio simbolo di Phenomena, che ha contribuito a disturbare le notti dei tanti amanti del genere, è poi il bambino dal volto mostruoso, per il trucco del quale un ingegnoso Sergio Stivaletti (make up, effetti speciali, ideazione effetti visivi) trae spunto dalla Sindrome di Patau, una rara malattia genetica. È proprio sul set di questa nuova “fiaba nera” che nasce il duraturo rapporto di collaborazione tra Argento e Stivaletti. Quest’ultimo in Phenomena avrebbe dovuto realizzare in un primo momento solo la piscina in cui Jennifer cade e che ospita i cadaveri in decomposizione delle povere vittime del brutale maniaco necrofilo.

Nico Parente (Antologia di un urlo, UniversItalia 2013)

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Nico Parente

Autore: Nico Parente

Pubblicato il 3 gen 2015 alle 11:28 am

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