Storie di amore, stranezze e terrore…dal Giappone

Storie di amore, stranezze e terrore…dal Giappone

hideo

di Diego Martina

 Nel mio girovagare per le stradine meno conosciute di Tokyo finisco non di rado per entrare in negozietti dell’usato dall’aspetto trasandato, a curiosare tra scaffali e cesti polverosi. Il più delle volte ne esco fuori con una buona oretta spesa in niente; altre volte, invece, capita di portarsi a casa qualcosa – una vecchia rivista, un dvd, qualche poster spiegazzato.

 È durante una di queste passeggiate che, qualche mese fa, mi sono imbattuto in un dvd dal titolo seducente: “Storie di amore, stranezze e terrore”. 76 minuti, 2015, colore. La locandina promette morte, suspence, incredulità à gogo. Sette corti girati da altrettanti registi giapponesi – ah no, aspetta – c’è anche un certo Kennedy Taylor. Mai sentito. Scorgo però il nome di Hideo Nakata, regista dell’ottimo “The complex” (“Kuroyuri danchi”, 2013), e quindi decido di acquistarlo. Una volta a casa mi siedo comodo, accendo il 42 pollici, metto su il dvd e spengo le luci…

Storia 1, “Esperienza di morte”. Il protagonista ha un attacco di cuore mentre beve una birra in salotto. I famigliari, credendolo ormai deceduto, lo portano nella stanza adiacente per poterlo distendere, e quando il malcapitato rinviene, si ritrova ad essere pura coscienza separata dal corpo, incapace di muoversi dal divano sul quale si era accasciato morente, certo, ma non ancora morto. Rientrare nel proprio corpo sembra l’unico modo per tornare in vita, ma non riesce a muoversi. Si direbbe dunque spacciato, se non fosse per l’apparizione del fantasma della madre che, tra una sigaretta e l’altra, gli spiega cosa sia accaduto, e come fare a ritornare nel proprio corpo e continuare a vivere. Alla fine riuscirà nell’impresa, non senza aver prima però posseduto il gatto di casa. [Amore? No- Stranezze? Un po'. Terrore? Proprio no.]

Storia 2, “Il caporeparto”. Yoshiyuki Morishita, attore dotato di un sorriso più unico che raro, è appena stato promosso a caporeparto nella minuscola azienda in cui ha speso gli ultimi trent’anni di vita. Per festeggiare, l’unico collega disposto a farlo lo invita a cena. Ma la noia si fa presto fitta, e così, nel dopocena, i due vanno a passare la serata in un pub di donne di malaffare. Quando il collega, ubriaco, si rifiuta di pagare il conto esageratamente salato, i due vengono assaliti e picchiati dai tizi del locale, picciotti della malavita. Ma all’improvviso ecco che il cinquantenne caporeparto si trasforma in un novello Neo, con tanto di scene di combattimento alla Matrix! Le suona a tutti. Prevedibile l’epilogo in cui le donne di malaffare s’invaghiscono dello sfigato cinquantenne.  [Amore? Forse. Stranezze? Abbastanza. Terrore? Ma dai.]

Storia 3, “Vivere e abitare”. Facciamo caso che abitiate al primo piano di una piccola palazzina, e che alla coinquilina del secondo piano cadano nel vostro giardinetto delle candide mutandine bianche stese ad asciugare. Voi cosa fareste? Immagino che andreste di corsa a restituirle, oppure le lascereste lì in  terra senza toccarle, o magari le buttereste via per l’imbarazzo di doverle consegnare. Il giovane protagonista, invece, eterno verginello, si danna l’anima non sapendo a quale delle tre scelte affidarsi. Fine del corso. [Amore? Mah. Stranezze? Maaah. Terrore? Sììì, ciao.]

 Storia 5, “Nell’aula dell’insegnamento alla vita”. Questo è il corto del suddetto Hideo Nakata! Finalmente! Trama: un padre è convocato a colloquio dai professori dell’istituto superiore frequentato dalla figlia. La figlia vuole abbandonare la scuola. Alla fine lo farà, con tanto di benestare da parte della professoressa, e sotto sotto anche del padre. E basta, finisce così. Non lo faccio per dire, davvero, ma forse era meglio il corto del caporeparto.

 Storia 6, “La bella addormentata nel bagno”. Con addormentata intendiamo “morta”. Scivolata e morta sul colpo. Rispondendo alla chiamata di lavoro, un cameraman impacciato e alle prime armi si reca sul luogo dell’incidente per fare le riprese dell’abitazione in cui si è svolta la tragedia, stanza per stanza. Alla fine arriva nel bagno, dove il cadavere della donna seminuda è a bella vista in terra. Si fa forza, poggia sul pavimento la macchina da presa e…apre una porta a vetri nascosta dietro lo specchio e allunga all’uomo nascosto all’interno del vano segreto una tuta da addetto ai lavori. I due – il cameraman e l’uomo misterioso, alias l’assassino della donna – fuggiranno facendola in barba ai poliziotti che, come al solito, si renderanno conto dell’accaduto quando i fuggitivi saranno ormai lontani. Corto ambientato in America, con tanto di attori americani, in lingua americana, girato da un regista (a me sconosciuto) americano. Cos’ha di giapponese? Soltanto il compositore delle musiche. Che ci fa dunque questo corto in una raccolta giapponese? E chi lo sa…sta di fatto che risulta intrigante fino all’ultima sequenza! [Amore? Sì. Stranezze? Quanto basta. Terrore? Una lieve spolverata.]

 Storia 7, “Time slip”. Un professore universitario spiega alla propria classe in cosa consista il fantascientifico fenomeno del time slip, secondo il quale ci si ritrova a rivivere a ripetizione una porzione di tempo pressocché identica in maniera inconsapevole. Ma il professore si accorge del loop che è costretto a rivivere e alla fine ne esce pazzo. [Amore? Proprio no. Stranezze? Una e multipla. Terrore? MA DOVE?!]

A margine: storia 4, “Il posto più vicino all’universo”. Una ragazza e un ragazzo sul tetto di una palazzina. Lei ripercorre la loro storia d’amore attraverso i graffiti lasciati da lui qua e là disseminati per la terrazza. Ogni graffito rimanda al prossimo, e la ragazza li insegue curiosa come fossero parte di una mappa, fino all’ultimo, lasciato inciso nel posto più alto dell’edificio, il “posto più vicino all’universo”: questo ultimo messaggio è stato scritto un attimo prima del suicidio del ragazzo, gettatosi di sotto. La ragazza piange rievocando il passato e il gesto dell’amato, la propria solitudine, mentre la figura di lui svanisce piano piano sotto ai nostri occhi, tornando a essere quel che in realtà era stato fin dalla prima inquadratura: soltanto lo spettro del ricordo… Degnamente girato da Shoji Kokami, questo corto differisce dagli altri per la poeticità dell’interpretazione di Yuriko Kikuchi, giovane attrice che, un anno più tardi, nel 2006, col nome d’arte di Rinko Kikuchi s’imporrà di colpo agli occhi di pubblico e critica grazie alla pellicola “Babel” di Alejandro Gonzáles Inñárritu.

Fine dei corti. E il terrore…? Non so, non chiedetelo a me. La sola cosa che fa davvero paura è il prezzo con cui è stato messo in commercio questo dvd undici anni fa: 40 euro per 76 minuti di sbuffate quasi continue. Il cinema horror giapponese non sempre è all’altezza di se stesso: che ci sia di monito per ogni…acquisto futuro.


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Nico Parente

Autore: Nico Parente

Pubblicato il 16 feb 2016 alle 9:34 am

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