SUSPIRIA, IL CAPOLAVORO DI DARIO ARGENTO

SUSPIRIA, IL CAPOLAVORO DI DARIO ARGENTO

index

E’ innegabile che di tutti gli horror a tema soprannaturale di Dario Argento “Suspiria” sia il più affascinante e certamente uno dei più indelebili nella mente dello spettatore, lo dimostra il recente ritorno del film nelle sale cinematografiche nella versione in 4k, oltre che il tanto discusso remake che sta girando Guadagnino. Il motivo di questo successo è la combinazione di tanti elementi che hanno permesso a un Dario Argento in stato di grazia di mettere insieme un’opera dalle molteplici sfaccettature. Brutale ed elegante alle stesso tempo, “Suspiria” trae la sua forza vitale da un’atmosfera irreale nella quale confluiscono gli elementi della fiaba mitteleuropea e dove la paura dell’invisibile (le forze maligne della stregoneria) fanno da contrappunto a omicidi efferati al limite della sopportabilità.

Storia della giovane Susy che dagli USA arriva a Friburgo per perfezionarsi nell’arte della danza classica, “Suspiria” è il racconto dell’innocenza e della giovinezza che si scontra il Male antico e subdolo . Questo male è incarnato da una delle figure più antiche e complesse della mitologia e della storia europea, vale a dire quella della strega. Serva del demonio, assassina di infanti, frequentatrice di sabba, maestra delle arti occulte, la strega è stata spesso protagonista del cinema fantastico italiano, basti pensare a “La maschera del demonio” di Mario Bava. La strega di Dario Argento, la Mater Suspiriorum, è una creatura tipica delle fiabe nere, una vecchia donna brutta e crudele che regge un sistema rigido e inflessibile, quello della scuola di danza, dove chi disubbidisce viene punito con la morte. Ma questa strega è anche portatrice di un tutta un tradizione di superstizioni che affondano nella notte dei tempi e che vanno a instaurarsi, guarda caso, nel cuore più buio dell’Europa, quella Germania che trascina dentro di sé gli spettri gravosi delle guerre mondiali.

Susy viene dall’America, un altro continente dunque, per apprendere i segreti dell’arte del ballo, ma si presenta come un elemento estraneo rispetto al contesto severo nel quale approda, tanto che in realtà pare essere quasi destinata ad altro, ovvero a misurarsi con qualcosa di pericoloso. E’ una sensazione che assale immediatamente noi spettatori come il vento e la pioggia assalgono, quasi a volerla respingere, Susy appena si aprono le porte scorrevoli dell’aeroporto. Una volta giunta alla scuola, la giovane trova difficoltà a rapportarsi con le sue compagne di corso, non riesce ad ambientarsi ed è ossessionata dalle parole senza senso che aveva sentito dire da una ragazza che fuggiva dalla scuola la notte in cui lei era appena arrivata. A Susy è affidato il compito di decifrare il mistero e in lei gli insegnati della scuola vedono un pericolo, che deve essere costantemente tenuto sotto controllo, perché in quanto corpo estraneo in un organismo corrotto, non possiede legami: Susy è pericolosamente libera e sana. In più è abbastanza coraggiosa e abbastanza pura per poter affrontare le tenebre.

272

Luogo chiuso ed enigmatico, la scuola è un mondo dal quale non si più fuggire, anzi, chi ne viene estromesso perde la vita, come accade ad esempio al pianista cieco. Nessun evento può sottrarre le ragazze al legame invisibile che le lega alla Mater Suspiriorum, fondatrice di un istituto che è un dedalo di corridoi silenziosi che la fotografia di Luciano Tovoli illumina di un rosso scarlatto color del sangue. E proprio la fotografia, nella quale oltre al rosso si alternano il blu,  il verde e l’ocra, svolge il ruolo maggiore per plasmare un ambiente irreale al limite dell’allucinato. Il resto lo fanno le musiche dei Goblin e un impianto sono disturbante che suggerisce costantemente il gravare di una presenza minacciosa, che intelligentemente il regista non ci mostra mai, facendo accrescere ancora di più il senso di disagio. Della direttrice della scuola si mormora solamente, nessuno l’ha mai vista e tutti sembrano nutrire un timore reverenziale nei suoi riguardi. Sfuggente, come la paura, al regno del razionale, la strega vive nella dimensione del non visibile . E proprio il rapporto tra visibile e invisibile regge tutta la tensione del film: durante le scene dei delitti non vediamo mai l’assassino, assistiamo solo ai corpi martoriati da qualcosa nell’ombra. A questo punto è più chiaro il ruolo di Susy, che disobbedisce alle regole a suo rischio e pericolo per affrontare e sconfiggere la vecchia Mater accoltellando l’invisibile, niente più che tenue riflesso che suggerisce una sagoma: per poter crescere bisogna affrontare le proprie paure, tirarle fuori dai corridoi buio del nostro inconscio per portarle alla luce ardente. Se l’inizio del film è caratterizzato dall’acqua, con la pioggia violenta che accoglie Susy, il finale è dominato dal fuoco purificatore, che divora la scuola in un epilogo che ricorda molto Corman. “Suspiria” è un film sulla paura che sa muoversi agilmente grazie anche ai rimandi ad altri registi, non solo Corman, ma anche Hitchcock a Tourner, che vengono sfruttati in modo da indirizzare il sentimento dello spettatore verso il territorio cinematografico comune al regista, quello della suspense.

suspiria-255_jpg_1003x0_crop_q85

 

Potrebbero interessarti anche...

Autore: Edoardo Trevisani

Pubblicato il 8 feb 2017 alle 3:15 pm

Lascia un commento su "SUSPIRIA, IL CAPOLAVORO DI DARIO ARGENTO"