Tha Hateful Eight: la pièce di sangue di Tarantino

Tha Hateful Eight: la pièce di sangue di Tarantino

tarantino

La tensione inizia a crescere sin dal primo fotogramma: un Cristo di legno coperto in parte dalla neve del Wyoming e in sottofondo la colonna sonora del Maestro Ennio Morricone che suggerisce  l’inevitabile destino dei protagonisti, ancora non palesati. Nessuna pietà e tanto sangue da versare.

Non potrebbe essere altrimenti per un film firmato Quentin Tarantino: The Hateful eight, l’ottava fatica, il suo personale 8 ½ se contiamo l’episodio L’uomo di Hollywood del film collettivo Four Room del 1995. E non ci si aspetta altro: di certo non un mero bagno di sangue che gli appassionati dell’ultima ora anelano. Piuttosto una meticolosa  delineazione dei caratteri attraverso i suoi (è risaputo) brillanti dialoghi – fiume. E in questo film c’è tanta carne al fuoco.

Finita la Guerra di Secessione e con una bufera alle calcagna il cacciatore di taglie John Ruth (Kurt Russell), ammanettato alla sua prigioniera Daisy Domergue (Jennifer Jason Leigh), un suo collega Marquis Warren (Samuel L. Jackson) e il futuro sceriffo Chris Mannix (Walton Goggins) si rifugiano in una stazione di posta dove si imbatteranno nel generale sudista razzista Sanford Smithers (Bruce Dern), il boia inglese Oswaldo Mobray (Tim Roth), il mandriano Joe Gage (Michael Madsen) e un messicano chiamato O.B. (James Parks). Ognuno di loro nasconde un segreto e non si trova lì per caso: i soliti sospetti e conti in sospeso innescheranno violente reazioni.

Le “iene in salsa western” se pensiamo al fatto che, escludendo la prima parte, l’intero film sia girato completamente in una sola stanza, nella quale accadrà di tutto. Un thriller psicologico, se vogliamo, che gioca sul continuo innesco di dubbi pilotato dal sadico Samuel L. Jackson che sa calibrare con maestria le sfumature ambigue del suo personaggio. Domato soltanto da Kurt Russell: burbero e spietato, sottomette fisicamente Jennifer Jason Leigh, in un rapporto a due fatto di cazzotti e delle taglienti battute della sboccatissima prigioniera. Daisy è il motore centrale di una vera e propria pièce teatrale che coinvolge tutti i presenti e mostra la storia da più punti di vista, trasformando così la visione in un molteplice gioco di interpretazioni. La Leigh (nominata agli Oscar come miglior attrice non protagonista) è epica nella sua interpretazione e si candida a diventare una delle icone più amate dell’universo tarantiniano: malconcia, volgare da far impallidire i suoi colleghi, dalla risata sguaiata ma capace di una sua “raffinatezza” quando imbraccia la chitarra e intona la ballata Jim Jones at Botany Bay.

Un crescendo di sensazioni dosate perfettamente per generare una continua trepidazione, in attesa degli inevitabili e sanguinari colpi di scena. Come ritrovarsi in quella stessa stanza e attendere in un angolo, con gli occhi mezzi coperti dalle dita della mano, il colpo di pistola fatale o qualche altro tipo di assurda fine.

Esagerazioni e improbabili situazioni sono alcuni dei tratti distintivi dei lavori di Tarantino che non appaiono mai fuori posto ma arricchiscono la sua cifra stilistica di quegli elementi che, pur nella tragicità di una morte, di una violenza insopportabile, innescano risate decisamente catartiche.

Tarantino è maestro nella sdrammatizzazione, nel rendere il cruento e l’indicibile uno spettacolo elettrizzante, nel rendere affascinanti e mitici i personaggi più abietti.

Così, solo per qualche ora nella vita, possiamo anche essere dalla parte del più spietato assassino senza sentirci in colpa.

Caterina Sabato

Potrebbero interessarti anche...

Caterina Sabato

Autore: Caterina Sabato

Pubblicato il 9 feb 2016 alle 12:17 pm

Lascia un commento su "Tha Hateful Eight: la pièce di sangue di Tarantino"