The Green Inferno – la recensione

The Green Inferno – la recensione

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La domanda sorge spontanea: era proprio necessario? Il cinema di genere necessitava di un cannibal movie che, senza troppe pretese, mira semplicemente a tributare capolavori del passato firmati Lenzi, Deodato e Margheriti? Secondo il modesto parere di chi scrive…NO! Giunge finalmente nelle sale italiane, dopo ben due anni d’attesa, The Green Inferno (2013) di Eli Roth. Quello che in tanti speravano potesse essere un film in grado di portare una ventata di freschezza al filone cannibal movie, tanto di moda negli ’80, si rivela in realtà essere una cartuccia sparata male dal regista di Hostel, che per l’occasione si circonda di volti a lui vicini come Nicòlas Lòpez e Ignacia Allamand, ad esempio, già colleghi sul set di Aftershock.  Da un soggetto di Eli Roth che, per l’occasione, si affianca per la stesura dello script all’amico Lòpez e a Guillermo Almoedo, si sviluppa The Green Inferno, un cannibal che al suo interno tenta d’inserire tematiche forti e di denuncia sociale, come l’infibulazione ad esempio, ma con scarsi risultati.

Un gruppo di studenti ambientalisti lascia New York per raggiungere l’Amazzonia peruviana, in modo da salvare dall’estinzione una tribù locale e bloccare la distruzione di una parte della foresta amazzonica a scopi speculativi, minacciata dall’arrivo delle ruspe e dei fucili dei signori della guerra, pagati dalle grandi multinazionali. Gli attivisti sono pacifici e, col solo uso dei loro telefonini, puntano a smascherare le illegalità in atto, mettendo in streaming le riprese video del disboscamento. Dopo la loro azione dimostrativa e la fuga, l’aereo del gruppo precipita nella giungla: gli attivisti vengono catturati dagli indigeni, che immediatamente si rivelano essere degli efferati cannibali.

 

Non manca l’elemento che ha sancito il successo di questo sottogenere, ovvero la videocamera e i mass media, chiaramente al passo coi tempi e quindi presentando palmari, gps, cellulari e connessione internet. Il tema della deforestazione resta molto marginale, presentandosi come tema introduttivo a quello che poi rischia di diventare un vero e proprio tragigrottesco. Il film parte lento, cercando di deviare più volte lo spettatore. Ma se nel primo tempo a prevalere sono i volti dei protagonisti e una breve presentazione di ciascuno di essi, nel secondo Roth sfocia in un mancato tentativo di violenza mista allo splatter che trova il suo apice in una sequenza in cui il corpo di Jonah (Aaron Burns) viene fatto a pezzi. Il sangue non manca, ma la resa sul pubblico è davvero debole. Non manca un elemento ricorrente nei film del regista di origine ebraica (che non tarda ad evidenziare neanche quest’ultimo personalissimo aspetto): l’ashish. E proprio la droga leggera in questione sancirà il declino di una pellicola in cui un’intera tribù indigena e cannibale viene stordita ricorrendo a qualche dose d’erba!!!! La fame tossica poi, che spinge i cannibali a dilaniare uno dei poveri malcapitati, rasenta davvero i limiti dell’inaccettabile! Manca totalmente il nudo e l’erotismo, il finale è a dir poco prevedibile e la sequenza onirica che vede la protagonista Justine (Lorenza Izzo) trasformarsi in una creatura che è un mix tra un vampiro e un cannibale non può non provocare una risata isterica. Le musiche di Manuel Riveiro non contribuiscono particolarmente alla resa del film che, a modesto parere di chi scrive, si rivela un lavoro destinato a lasciare un amaro ricordo del pupillo di Quentin Tarantino. Prova non superata per Roth!

Nico Parente

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Nico Parente

Autore: Nico Parente

Pubblicato il 29 set 2015 alle 2:03 pm

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