W la foca… che Dio la benedoca! Il cinema folle e geniale di NANDO CICERO

W la foca… che Dio la benedoca! Il cinema folle e geniale di NANDO CICERO

del santo

Parte V

di Gordiano Lupi

W la foca! (1982) è il film culto di Nando Cicero, ma anche di Lory Del Santo che per la prima volta è protagonista assoluta di una pellicola. Ne dobbiamo parlare a fondo. Non fosse altro perché il film dà il titolo al libro. La storia non è la cosa più importante di una pochade surreale e strampalata. Andrea è una giovane infermiera veneta che arriva a Roma in cerca di fortuna. Viene assunta dal dottor Patacchiola (un esilarante Bombolo) nella sua clinica privata, ma entra a far parte anche di una famiglia il cui menage non è dei più tranquilli. Il dottore è un medico assatanato che – come dice sua moglie – ha preso la laurea per sollevare le gonne alle belle figliole. La moglie del dottore (un’affascinante Dagmar Lassander) è una ninfomane mai sazia d’incornare il marito con chiunque le capiti a tiro. La figlia (una sottoutilizzata Michela Miti) è una perversa mangiatrice di uomini che finisce sempre tra le braccia del primo venuto. Il nonno (un esperto Riccardo Billi) è allupato e porcellone come un ventenne, mentre il figlio è un povero ritardato che a diciott’anni frequenta ancora le scuole elementari e fa scherzi idioti ai genitori. Il quadro lo completa una foca che la bella Del Santo vince in un concorso fotografico: doveva essere una pelliccia di foca ma la ditta preferisce inviare una foca viva, a scuoiarla ci pensi pure il vincitore. Andrea tenta la carta della televisione, ma durante un provino viene notata da una grassona proprietaria di una clinica per ricchi obesi che le offre un posto da direttrice. La trama è scontata ma sono le gag da strampalato barzelletta movie a rendere interessante W la foca!, film che a causa del titolo subisce un’infinità di guai giudiziari. La censura impone il divieto ai minori di diciotto anni, in primo e in secondo grado (non se ne vede il motivo), e la decurtazione del titolo originale che doveva essere W la foca… che Dio la benedoca! pensato per parafrasare il detto popolare. Non solo. Una volta uscito, il film viene sequestrato da un pretore di un paesino vicino Roma e da quello di Torino. Nando Cicero rischia la galera e il film sparisce di circolazione per molto tempo. Il merito della riscoperta d’una pellicola, sguaiata quanto si vuole ma originale e – a suo modo – geniale, va dato a Sergio Germani, che la difende in tempi non sospetti, e a Marco Giusti, che la vuole al Festival di Venezia 2004 nella retrospettiva italiana dedicata al cinema di serie B. Tarantino ne rimane entusiasta e il film di Cicero ottiene una giusta riabilitazione che porta alla pubblicazione in dvd nella collana da edicola della Federal Video. Il film è prodotto e voluto da Galliano Juso, ma scritto e sceneggiato dal solito Francesco Milizia insieme a Stefano Sudrié e al regista. Molto divertente la musica di Detto Mariano, ripetitiva ma orecchiabile. Lory Del Santo si mostra nuda per buona parte della pellicola, comincia alla grande vestita di rosso, calze nere e reggicalze sexy mentre saluta il fidanzato alla stazione. Moana Pozzi – non ancora porno star – interpreta la passeggera senza biglietto nello stesso scompartimento della Del Santo che paga in natura ai vari capotreno che le chiedono di esibire il documento di viaggio. Mitico lo scambio di battute dopo che la bella Pozzi è rientrata nello scompartimento tutta scompigliata. Del Santo: “Ma lei dove va?”. Pozzi: “A Reggio Calabria… se mi regge il culo!”. Lory Del Santo arriva a Roma e si cambia le calze sul taxi sconvolgendo un allibito Enio Drovandi che rischia di finire fuori strada. Enzo Andronico fa una breve comparsata da esibizionista messo in fuga da una ninfomane. Il meglio arriva con l’ingresso in scena di Bombolo, un medico assurdo che quando vede una donna grida: “La facci spogliare!”. Fa spogliare anche la bella moglie di un paziente pur di vederla nuda, quindi ascolta la malattia del malcapitato. Paziente: “Quando faccio l’amore con mia moglie una volta sento freddo e una volta sento caldo. Come mai?”. Bombolo: “Per forza! Se ne fa una a Natale e una a Ferragosto…”. Arriva Lory Del Santo e Bombolo le tasta il sedere in continuazione. “Lei è assunta!”. “No, io sono Andrea” replica. “No, lei è assunta!” e le tasta di nuovo il di dietro. Tra una toccata e l’altra Bombolo porta la Del Santo a vedere l’ambulatorio, apre una porta dove c’è un letto e sopra sua moglie che scopa con un uomo. “Quella è mia moglie. E quello sopra sono io” dice. La moglie del dottore è una sensuale Dagmar Lassander che contende il ruolo di protagonista sexy alla Del Santo ed è più spigliata di lei nei ruoli erotici. Il film è girato in presa diretta, la Lassander parla con accento austriaco, così come la Del Santo utilizza la sua voce che non è il massimo della perfetta dizione. Ma non importa! Siamo in un film di Cicero, mica di Antonioni. Per fortuna. Bombolo prosegue con le battutacce in romanesco, con quella comicità fisica che strappa il sorriso solo a guardarlo, infine presenta la figlia porca Michela Miti avvinghiata a uno dei tanti ragazzi. Bombolo: “E quello chi è?”. Miti: “Non lo so. Mamma mi dice sempre di non parlare con gli sconosciuti”. La Del Santo ci delizia con uno spogliarello in bagno e con una doccia che prevede un nudo integrale, il nonno sporcaccione le infila le dita dentro e subito si sente male. Una famiglia assurda accoglie la Del Santo che si mette a fare infermiera e cameriera assistendo senza poter fare niente alle stranezze che accadono. Da Hong Kong arriva la pillola della potenza virile, Bombolo la vuol provare subito con la Del Santo, peccato che un’eccezionale erezione venga subito azzerata da un fischio dell’infermiera. Il figlio del dottore è un ritardato, il padre cerca di farlo scopare con Domenica, infermiera di colore, ma non ci riesce. Una parte divertente è quella in cui il dottore, la moglie, il nonno e la figlia si giocano una tonnellata di piatti da lavare con il gioco del “chi parla per primo”. Arriva un amico della figlia e approfitta del silenzio imposto per scopare prima la Del Santo e poi la Lassander dopo toccamenti vari. Bombolo esplode solo quando il ragazzo chiede la vasellina. “I piatti li lavo io, se no questo c’inchiappetta a tutti e due!”. Altre sequenze sexy sono quelle tra la Del Santo e i muratori che stanno ristrutturando un palazzo di fronte. Victor Cavallo è l’imbianchino che strabuzza gli occhi davanti ai frequenti spogliarelli e subito dopo è protagonista di una sequenza surreale. Cavallo getta il suo pene lunghissimo dalla finestra e lo fa strisciare come un serpente sino alla casa della ragazza, una vecchia che passa finisce per caderci sopra e infine transita una schiacciasassi che produce l’effetto comico finale. Una nuova doccia della Del Santo a seno nudo e con il sedere in vista prelude all’arrivo della foca che è parte integrante del film. Si tratta di un’otaria, come ha detto Nando Cicero, perché le foche non si muovono, non hanno zampe, ed è la prima volta che una foca viene utilizzata in un set cinematografico. La parte surreale comincia con l’ingresso in scena della foca vinta dalla Del Santo che dovrebbe farne una pelliccia e invece la utilizza come animale da compagnia. La Del Santo e la foca girano per Roma con l’animale in carrozzina e lei che sculetta con una gonna di pelle attillata. “Hai visto che foca!” dice un passante. E il cane di rimando: “Che Dio la benedoca!”. Si gioca sul surreale perché l’uomo è cieco e il suo cane non può certo parlare, infine c’è il fine sottinteso “foca – fica” rivolto all’animale e alla ragazza. Un siparietto comico lo recita pure uno schizzatissimo Jimmy Il Fenomeno che si prende a schiaffi con la moglie per aver guardato la foca della Del Santo. Eccellente Franco Bracardi nei panni di un mendicante assatanato e male in arnese che rivolto alla foca dice: “Pare il figlio di Maurizio Costanzo!” E pensare che dopo quel film la gran parte della carriera di Bracardi (purtroppo scomparso) è stata al fianco di Costanzo… La Del Santo entra in un bar e chiede il latte per la sua foca, incontra uno stupito De Pinto che non comprende come possa fare e scommette con lei. Non ha capito che si tratta di un animale. La foca sconvolge la (si fa per dire) quiete familiare di casa Patacchiola e il livello di barzelletta movie aumenta vertiginosamente. Citiamo Michela Miti che dice al fidanzato: “Ho le dita dei piedi allargate perché da piccola le tenevo tanto nel fango”. Poi i due vanno in camera, il fidanzato si dà da fare, infine si sente una voce: “Ma ci sei caduta pure con il culo in quel fango?”. Volgarissima. La pochade raggiunge il culmine nella parte che si svolge in albergo. Il fidanzato giunge a Roma per vedere la Del Santo e cerca di portarla con sé a fare l’amore. L’albergo è un casino generale, scopa pure il portiere e non gradisce essere disturbato, Bombolo se la fa con una sadomasochista, ma poi finisce nel letto della moglie (non sa che è lei) che tutti dicono sia una ninfomane. Lo scambio di camere è tipico della commedia all’italiana. Alla fine i fidanzati vanno a far l’amore nel parco dove incontrano Bracardi che non riesce a dormire perché loro fanno confusione. La parte che vede la foca malata è ricca di umorismo surreale e vengono utilizzate una foca finta e un gigantesco termometro. Le foche vere erano due e venivano usate a turno ma si doveva stare attenti perché mordevano. La foca ammalata si mette a cacare ghiaccioli e produce gelide correnti d’aria a forza di scorregge, tutto questo perché il figlio scemo le ha fatto mangiare fagioli. Mica male come trovata! Martufello entra in scena per un paio di battute con la Del Santo. “Lei non può avere la residenza. C’ha un culo fuori dal comune!”. In un cinema a luci rosse proiettano Veronique la moglie porno e la Del Santo ci va con il fidanzato, ma è oggetto di attenzioni da parte di uno sporcaccione, invece il suo ragazzo viene riconosciuto da uno spettatore che lo scambia per un amico. Molto sguaiata la parte successiva quando il fidanzato insegna alla Del Santo l’arte della fellatio. “Fa’ come se fosse un gelato”. A lei piace e dopo la prima volta vorrebbe continuare. “Non ho più gelato”, dice il ragazzo. Bracardi sbuca da un cespuglio e grida: “Gelati! Sorbetti!”. Il film prosegue così, senza una vera trama, collezionando una trovata geniale dietro l’altra e toccando vette di umorismo surreale mai viste nei precedenti lavori di Cicero. La Del Santo passeggia per le vie di Roma con la pelliccia della padrona di casa e con i suoi gioielli ma un finto principe la conduce in un luogo appartato dove la fa spogliare e la deruba di tutto. La Del Santo resta in slip, reggiseno e calze nere, ma non viene violentata come credeva. In compenso passa Bracardi in bicicletta e la riporta verso Roma dando vita a una scena mitica. “La sente la canna? La sente bene?” dice il mendicante e poi canta Romagna mia. “Sì, certo che la sento” risponde lei. Fatta un po’ di strada Bracardi confessa: “Come se sente su ‘sta canna? Ma non s’è accorta che questa è una bicicletta da donna?”. La Del Santo scende, finisce in mezzo alle prostitute che battono e viene scambiata per una di loro da un reggimento di bersaglieri che deve soddisfare per intero. Dagmar Lassander, invece, si fa scopare in casa da un negro dotato di un membro così lungo che lui è fuori dalla finestra e lei sta a pecorina sulla porta di camera. Bombolo interrompe il rapporto sul più bello con una randellata sul pene dell’uomo. La Del Santo sogna di essere seminuda e legata a un albero mentre Bracardi la violenta. Dopo l’incubo vediamo una surreale partita a tennis tra Bombolo e la Del Santo con la pallina che finisce due volte in bocca al dottore e infine gli schiaccia le palle. Facciamo appena in tempo a vedere Michela Miti attaccata al fidanzato perché hanno usato la colla al posto della vasellina e un cinese che li porta in ospedale al reparto “inculabili”. Victor Cavallo è così irretito dalla Del Santo che la porta da un amico regista televisivo per fare un provino, ma la foca combina un casino e lei se ne gira per gli studi nuda a caccia delle mutande. Un cameraman inquadra la Del Santo e manda in onda il suo culo che entra nelle case degli italiani. Il commento di Bombolo – che vede sparire la faccia del politico ma sente ancora le sue parole – è esilarante: “Questi politici hanno sempre la solita faccia…”. Una dietologa cicciona vede la Del Santo e pensa che sia la persona adatta a gestire la sua clinica per ricchi obesi. Si termina in piena bagarre con tutti i malati che corrono dietro al sedere della Del Santo seminuda, ma nel gruppo ci sono pure Bombolo e il negro incazzatissimo che vuole fargli pagare lo scherzo della martellata sul pene. Il film finisce così, come ogni pochade che si rispetti, con un bell’inseguimento che strappa ancora una volta il sorriso. La pellicola è interamente girata a Roma, per gli interni vengono utilizzati gli Studi Elios, ed è un lavoro – manifesto che caratterizza l’intera produzione di Nando Cicero. La comicità è di grana grossa. le gag sono surreali e da cartone animato, ma le trovate originali conferiscono al film un posto particolare nel quadro delle commedie sexy. W la foca! giunge nelle sale proprio quando la farsa scorreggiona è al tramonto e non riesce a rinverdirne i fasti soprattutto per le traversie giudiziarie che ne bloccano la distribuzione. Sergio Germani afferma che per W la foca! si può parlare di un A qualcuno piace caldo del cinema basso. Il film è divertente, un capolavoro trash che ha come punto di forza una rappresentazione volutamente scorretta della realtà. Cicero ci sguazza a piene mani, ci mette dentro il negro, il frocio, le ninfomani, l’esibizionista, il marito cornuto, la fidanzata ingenua ma un po’ troia, il mendicante guardone, una vera foca che sconvolge una famiglia… Il film viene sequestrato soprattutto per il titolo irriverente e ammiccante, ma il suo discorso comico regge ancora oggi. Nando Cicero, intervistato al giardino zoologico di Roma davanti alla vasca delle foche, disse: “Io c’ho fatto un film sulle foche e n’antro po’ andavo ar gabbio. La foca è il simbolo di qualcosa di proibito e in Italia al tempo magari si propagandavano i culi di tutti ma non si poteva parlare di foca. I produttori e i distributori mi lasciarono solo e la censura vietò il film ai minori di diciotto anni e poi due pretori lo sequestrarono su tutto il territorio nazionale. Attentato al comune senso del pudore per aver detto: W la foca! Ma io almeno rientravo nella normalità. Pensate che uno dei giudici che mi condannò fu poi arrestato per aver violentato la moglie di un recluso. Invece il presidente della commissione censura lo vidi mentre ammazzava i gatti con il Mercedes. Io mi avvicinai, abbassai il finestrino e gli tirai uno scaracchio che non vi dico…”. W la foca! è il capolavoro di Nando. Presenta una fisicità eccessiva dei corpi che non sconfina mai nel cattivo gusto. Moana Pozzi, Michela Miti, Lory Del Santo e Dagmar Lassander mostrano molto, soprattutto la Del Santo, ma siamo nei limiti della commedia scollacciata e non si sconfina mai nell’erotico puro. Riccardo Billi è al suo ultimo film, sta male ma cerca di non darlo a vedere, ed è molto bravo, come pure è eccellente Bombolo, una vera forza della natura. W la foca! presenta diverse generazioni di attori che hanno fatto la commedia sexy, realizzando una sorta di summa generazionale di interpreti. La critica alta non ha mai accettato (e in parte non accetta) che le cose divertenti possano essere geniali. Lory Del Santo ama questo film che le ha dato la notorietà: “Me lo propose Galliano Juso, un piccolo produttore che faceva film geniali, fuori dai grandi giri ma che avevano una loro dignità. Juso mi ha sempre affascinato per la sua grassezza e morbidezza, il regista era un tipo molto simpatico e io il film lo feci volentieri. Mi dicevano sempre che dovevo ingrassare per essere un vero sex simbol. C’era una foca vera in casa e faceva un casino bestiale, era ammaestrata ma non bastava, mordeva ed era curioso lavorare con quell’animale sul set. W la foca! non resterà nel master dei film italiani da ricordare, ma è una pellicola comica che ha la sua dignità. Il titolo era forte ma all’epoca funzionavano questi titoli come Culo e camicia con Pozzetto e Montesano. Il film non era volgare e non aveva niente di particolarmente spinto. Non sono andata a Venezia perché quando me l’hanno detto ho pensato a una cosa tipo Scherzi a parte. Il mio rimpianto nel mondo del cinema è quello di non essere stata abbastanza utilizzata per ruoli comici dove potevo andare bene. C’erano già altre sex simbol molto abbondanti come la Fenech, però io potevo fare le parti di quella che non capiva e dell’ingenua che faceva scaturire situazioni comiche. Ma mi rifarò. C’è ancora tempo”. Paulo Roberto Cotechiño centravanti di sfondamento (1983) è l’ultimo film di Nado. Scritto da Nando Cicero con la collaborazione di Luciano Martino e Francesco Milizia, rappresenta il canto del cigno della commedia sexy e del nostro regista. Cicero è un autore geniale e questa pellicola non passa inosservata in un periodo storico poco favorevole al cinema comico – erotico. Alvaro Vitali è Paolo Roberto Cotechiño, centravanti brasiliano che viene accolto così dai tifosi: “Dal Brasile agli Appennini il terrore dei terzini, con la grinta e con il ghigno è arrivato Cotechiño, tre miliardi costo netto, garantito è lo scudetto”. Carmen Russo è Eusebia, fidanzata prosperosa del calciatore che esibisce con generosità seni e sedere per alzare il tasso erotico della pellicola. Carmen Russo dà un tocco di sensualità a tanta esibizione di rutti, scorregge e parolacce. Pare che Falcao doveva fare se stesso nel film, ma lesse il copione e diffidò la produzione dall’usare il suo nome e la maglia della Roma. Per questo Cotechiño è del NapoliUn film che aveva avuto la sua prova generale ne Il tifoso, l’arbitro e il calciatore di Pierfrancesco Pingitore (1983), sempre di argomento calcistico, ma senza la mano folle e sregolata di Nando Cicero. La cosa memorabile della pellicola è proprio quel suo essere sempre sopra le righe con Vitali a ruota libera che scorreggia, rutta, esce dal cesso a brache calate e fa la doccia con lo scarico del wc. Il ferroviere Francesco Milizia scrive il suo ultimo film e ci lascia un capolavoro del genere, un vero testamento spirituale condiviso da Cicero, che Vitali interpreta da par suo. Tra l’altro recita due ruoli, quello dell’italiano Alvaro Cotechino, cialtrone come pochi, e quello del brasiliano Cotechiño, irreprensibile giocoliere di classe. La storia si snoda tra nostalgia per la patria, gelosie per la fidanzata ballerina e rapimenti con sostituzione di persona. Ma a fare la parte del leone è Vitali con la poetica scorreggiona che a Mereghetti non piace per niente: “il film è solo una stanca sequenza di lazzi e trivialità varie affidata a un Vitali fuori forma”. Non siamo per niente d’accordo, anche se Pino Farinotti rincara definendo il film “becero, infarcito di parolacce, una farsa da avanspettacolo”. Nando Cicero un anno prima aveva diretto W la foca! e non è facile dire quale dei due lavori sia il più folle. La forza delle due pellicole sta proprio nel saper essere volgare e irriverente, ma a ben vedere è proprio questa la cifra stilistica del cinema di Nando Cicero.  Nando Cicero muore a Roma il 30 luglio 1995, all’età di 64 anni. La sua scomparsa è ignorata da mass media, addetti ai lavori e critica. Soltanto Marco Giusti su Il Manifesto gli dedica un articolo commemorativo intitolato Nando Cicero, morte di un re della commedia. Nel pezzo Giusti ricorda che rispetto a Mariano Laurenti, che all’epoca era un piccolo Lubitsch, Cicero era più autore, capace di grandi follie e stranezze, sempre molto spinto sul sesso e sui rumori di fondo.

 

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Nico Parente

Autore: Nico Parente

Pubblicato il 18 dic 2013 alle 10:53 am

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